di Silvia Bellia

“Mi ha risposto! Mi ha risposto! – esultò Dante – mi dà appuntamento domani alle cinque alla chiesetta di Dante e Beatrice. Dice che sarà vestita di bianco, avrà una lunga treccia e un paniere pieno di fiori”.
“Non so a te, fratello, ma a me tutta ‘sta storia sa di burla…”.
“Perché?”.

Il giorno dopo Dante arrivò all’appuntamento puntualissimo, ben vestito, e con un manoscritto sotto il braccio, che gli dava un aspetto da intellettuale. “Se lei si presenterà con un paniere di fiori – pensò – io posso permettermi anche questo”.
Purtroppo però, la giornata era piovosa. Prima di entrare in chiesa, incontrò una bici che gli stampò una ruota sporca di fango sui pantaloni nuovi e una ragazza maldestra gli aprì l’ombrello bagnato sul muso.
“Scusami, non riesco a muovermi bene con tutte queste valigie”.
“Figurati, stavo solo andando all’appuntamento della mia vita”.
“Addirittura! Parli come uno scrittore…”.
“Infatti lo sono. Come hai fatto a capirlo?”.
“Allora quell’enciclopedia che ti porti dietro l’hai scritta tu? Visto che sei uno scrittore, sapresti indicarmi la chiesa di Dante?”.
“La chiesa di Dante?”.
“Ho letto che sta in una piccola traversa. Si dice che sia così difficile da scovare, che solo gli innamorati riescono a trovarla!”.
“Se vuoi mi offro di accompagnarti”.
“Ma no, figurati”.
“Nessun disturbo. È proprio qui, davanti a te”.
“Oh, grazie! Non ti ho chiesto come ti chiami”.
“Dante”.
La ragazza scoppiò a ridere. A lui venne spontaneo dedicarle un verso dantesco, con il suo accento toscano: – “Ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso/ tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo/ de la mia gloria e del mio paradiso”. Lei era una turista, quindi apprezzò molto questo gesto folkloristico.
Dante notò che la ragazza indossava una maglietta bianca e portava sui capelli una lunga treccia di filo colorato. Non aveva un paniere, ma delle valigie a fiori. Inoltre aveva un viso luminoso e angelico.
“Non è che sei tu la Beatrice che sto cercando?”.
Lei sorrise, un po’ in imbarazzo.
“Non saprei…, però mi chiamo Stefania. Piacere – pronunciò il suo nome con un’inconfondibile cadenza del sud – Toglimi una curiosità: che cosa ci fa un ragazzo di nome Dante in un posto come questo e senza ombrello?”.
Lui si accorse dell’assurdità della sua situazione: non poteva dirle che stava veramente aspettando Beatrice. “Forse è meglio se entriamo, invece di rimanere sotto la pioggia”.
“Ma non è che avevi appuntamento con qualcuno?”.
“No, niente d’importante. Ho un po’ di tempo libero, se vuoi posso farti da Cicerone, anzi da Virgilio”. In quel momento Dante si augurò che la ragazza virtuale gli avesse dato buca.
I due passarono un tempo indefinito a ridere e a scherzare e, quando smise di piovere, uscirono fuori, per prendere un gelato insieme. All’improvviso Stefania si accorse di essere fissata da una folla incuriosita.
Erano Guido e gli altri, rimasti al freddo e all’acqua, ad aspettare il loro compagno di classe.
“Dante, ma chi sono questi demoni infernali che ci guardano con occhi di bragia?
Non è che avevi appuntamento con loro?”.
Il ragazzo fu colto da un’intuizione improvvisa e fulminante: gli venne in mente ogni dettaglio del dialogo con Beatrix97, soprattutto quelli più imbarazzanti. Avrebbe voluto diventare invisibile, scomparire, liquefarsi. Ma la presenza della ragazza lo rincuorò e gli diede la forza di reagire.
“Non ti curar di loro – le disse con un tono degno del suo omonimo – ma guarda e passa!”.

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