giornale-tortura-poliziottiNel 1992, a tre anni, ero già in viaggio verso la Francia. Loira, Camargue, Perigord… I miei genitori non hanno mai pensato che si potesse essere troppo piccoli per viaggiare, per mia fortuna (e avevano una fissazione per la Francia). Nel 2001 è toccato alla Bretagna, e dopo 20 giorni di maree, ostriche e cielo grigio, ci mancavano il sole, la pizza e il riuscire a farsi capire. Tornando a casa ci fermammo in Liguria, al mare. Era fine luglio, e passammo da Genova.

In casa ci sono sempre stati giornali, e fin da piccola avevo familiarità con quello che accadeva nel mondo, ma a 12 anni la mia coscienza critica, la mia cognizione del dolore, non erano pronte per farmi comprendere a fondo cosa fosse successo. Ricordo l’inquietudine che provai nel vedere le scritte sui muri, il silenzio innaturale della città, i volti dei miei genitori che sapevano. Sono passati 14 anni e anche se ero piccola per vivere quei giorni da vicino, il dolore che provo oggi è reale. Non credo di poter dire niente di nuovo o di interessante su questa vicenda, e forse per la prima volta non mi interessa riuscirci. Leggere le parole di quel poliziotto su Facebook, ascoltare delle scuse ben consigliate, vedere le reazioni e i commenti di alcune persone, è stato così frustrante da farmi venir voglia di tacere. Smettere di parlare non è mai giusto, perché ci sarà sempre qualcuno a cui dover spiegare come stanno le cose, sempre qualche verità da ribadire, ma ci sono momenti che ti tolgono il respiro, ti piegano le ginocchia e ti strozzano la voce in gola. Se fosse stato il 2014 forse sarei andata anche io a Genova. Sarei partita anche per il mio lavoro, avrei dormito in quella scuola, e chissà dove sarei finita la sera, chissà dove sarei adesso. Ma questo non avrebbe reso più grave il mio caso, in quanto giornalista, e non mi avrebbe fatta più vittima di altri, perché nessuno meritava quel sangue, nessuno lo merita mai, anche quando non si parla di tortura.

Forse è sufficiente la coscienza critica di una dodicenne per comprendere quello che è accaduto. Avrei dovuto lasciare bianca questa pagina, prendere un pennarello e tracciare una linea per dividere giusto e sbagliato. Due sole parti, perché non c’è nessuna zona grigia nel 2001 di Genova, nessuna linea tratteggiata.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.

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