Ho incontrato George Washington durante un mio viaggio nel tempo, nel quale capitai per caso proprio nell’atelier del suo sarto preferito.
Non fu un incontro felice, perché egli mi guardò subito male a causa del mio aspetto un poco bizzarro. Il mio vestire era decisamente fuori dai suoi parametri o meglio dai paramenti del tempo.
Passarono alcuni secondi e mi riconobbe per aver già impattato sul suo volto scolpito nel monte Rushmore: (vedi episodio https://www.tuttafirenze.it/ma-quale-mugello-qui-si-va-in-america/ ) cosa che lo fece rabbuiare ancora di più…
Il fatto che fosse divenuto il primo presidente degli Stati Uniti d’America non lo sottrasse dalle piccole fragilità umane.
Lo colsi infatti mentre si premurava di nascondere il suo doppiomento con una ampia fasciatura bianca che copriva il collo invecchiato dai continui sforzi (così dice la leggenda) dovuti al tentativo di imitare l’urogallo.
Gli feci notare che gli svolazzi già presenti in pizzo chiaro che emergevano dalla sua giacca, sarebbero stati sufficienti..
Ma lui al sentire la parola “stati” si inalberò!
– Troppo pochi! –
Urlò l’uomo che fu comandante in capo dell’Esercito continentale durante tutta la guerra di indipendenza: “Ne volevo di più di Stati!”
L’urlo spaventò il povero sarto che armeggiava intorno alla sua gola per nascondere la pelle cascante e questo lo fece vacillare e cadere su di me che a mia volta caddi a faccia in giù sul povero George, lasciandovi impresso il mio volto come nella foto.
Il risultato fu deludente: il povero Washington si arrabbiò molto e poi, dopo essersi un poco calmato, ci raccontò del perché egli desiderasse nascondere il suo doppiomento.
Fin da giovane i compagni lo deridevano cantilenando: “Ecco il piccolo George dalle molte pappagorge”. Questo lo sensibilizzò molto a causa del separatismo messo in atto dai suoi coetanei che, isolandolo ne forgiarono però il coraggio indomito e la lungimiranza politica.

Ebbe infatti capacità e gloria, gniun poté smentirlo, è scritto nella storia.
Parrà poco quel che ho narrato, tutto quel ch’era da dire è qui, che io sia dannato!
Sarà per poco o tanto, ma ciò che qui ho scritto, è da trattar col guanto.
Nella metafora e nella Storia, ciò che conta è il non prenderl’in Meloria.

Il resto, ovviamente, è leggenda.

GEORGE-WASHINGTON-01.1
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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.