Una chiacchierata con Giancarlo Antognoni, un non fiorentino diventato fiorentino per… acclamazione.

Partiamo da lontano. Quanti anni avevi quando sei partito dall’Umbria per andare a fare il calciatore?
Ho iniziato a fare il calciatore in una squadra di Perugia di prima categoria. Avevo 12-13 anni. Da lì poi sono partito per fare calcio in modo più serio quando mi notarono delle persone e a 15 anni mi portarono a Torino per fare un provino per il Torino. Io e un mio amico. E ci presero tutti e due.

La tua prima società “vera” è stata l’Asti Macobi, Piemonte.
Mi prese il Torino e mi mandò ad Asti. L’Asti Macobi era una società succursale del Torino. Come per esempio oggi la Lazio con la Salernitana. Il presidente dell’Asti era anche un dirigente del Torino. Andai poi a fare un provino con la prima squadra granata a Borgosesia o a Borgomanero, non ricordo. L’allenatore era Giagnoni. Giocai bene e piacqui molto a tutti.

Non ne dubito… Però non sapevo che ti avesse comprato il Torino. E come mai allora sei venuto a Firenze e non sei andato a Torino?
Non ero maggiorenne e potevo rifiutare il trasferimento. Rifiutai il trasferimento a Torino e venni a Firenze alla Fiorentina.

Quindi sei stato tu a scegliere Firenze.
Certo, conoscevo Firenze e conoscevo Coverciano. Giocavo in serie D ma ero stato convocato anche nelle nazionali juniores. Allora la juniores comprendeva giocatori tra i 16 e i 18 anni. Non c’erano le varie under di oggi. Avevo conosciuto Coverciano e ne ero rimasto affascinato. Scelsi Firenze, ma naturalmente anche Firenze e la Fiorentina mi volevano. E poi volevo riavvicinarmi a casa. Il trasferimento a Torino era stato un piccolo trauma per me, a 15 anni. Poi in Piemonte c’era tanta nebbia, ero molto lontano da casa e allora i viaggi erano molto più complicati di oggi.

Ti ricordi dove hai dormito la prima notte a Firenze?
Certo: all’Hotel Columbus. Quello sul lungarno.

E la tua prima casa?
Il villino della Fiorentina, quello in via Carnesecchi. Poi l’anno successivo mi trasferii in via Pancrazi, vicino a Coverciano, con Moreno Roggi. Avevo già esordito in serie A.

Dopo Firenze, il calcio ti ha portato a Losanna. Hai mai trovato la Svizzera così bella da non voler tornare più qui?
No, ma quella non fu una scelta di vita. Dopo tanti anni avevo voglia di provare qualcosa di calcisticamente diverso. Volevo finire la carriera in modo non traumatico e scelsi la Svizzera. Tranquillo, senza le tensioni che c’erano qua. Poi qui a Firenze non c’erano più prospettive. Qualcuno non era più ben disposto nei miei confronti. Società, allenatore, che era Eriksson. Poi c’era Baggio da lanciare, il povero Borgonovo… Certo in Svizzera pagavano bene, ma soprattutto volevo chiudere con il calcio in modo tranquillo, senza patemi. Sapevo però che dopo sarei tornato a Firenze.

In tanti anni di amore con i fiorentini, hai mai trovato dei fiorentini che ti hanno fatto arrabbiare?
Quasi mai.

E hai mai trovato allenatori che ti hanno fatto arrabbiare? A proposito, come sono cambiati i tecnici da quando hai cominciato?
Prima gli allenatori erano soprattutto dei filosofi. Tra l’altro ieri sera sono stato alla presentazione di un libro scritto dal figlio di Bruno Pesaola, l’allenatore del secondo scudetto viola. Un libro di filosofia. Tale padre tale figlio. Questo per dirti che allora non c’erano i tatticismi esasperati di oggi. Tutto era molto meno complicato di oggi. Comunque nessuno mi ha fatto arrabbiare e tutti mi hanno dato qualcosa. Certo, i giocatori vorrebbero giocare sempre. Ma magari aveva ragione anche Eriksson a non volermi più in squadra.

E Liedholm, l’allenatore che ti fece esordire?
Lui era il più filosofo di tutti.

Hai mai pensato di fare l’allenatore?
No, mai. Quando smisi di giocare − dopo tanti anni di professionismo e dopo tanti infortuni e responsabilità − avevo bisogno di stare tranquillo. Volevo rimanere nell’ambiente ma decisi di fare il dirigente. Fare l’allenatore avrebbe comportato stress, tensioni. Non era il caso.

Ormai sei fiorentino a tutti gli effetti, fiorentino ad honorem. Ti hanno consegnato anche le chiavi della città al compimento dei tuoi 60 anni. Ma dentro come ti senti? Pensi di aver assimilato qualcosa del carattere di questa città e dei fiorentini?
Sai, ognuno ha il suo carattere. Io sono una persona tranquilla. Però sicuramente una cosa mi è entrata dentro: la passione per questa squadra. A prescindere dalle posizioni in classifica e dalla categoria in cui ha giocato. Sì, mi ha contagiato il grande affetto dei tifosi per la Fiorentina. E con loro il rapporto è sempre stato eccezionale, sia quando ho cominciato sia quando ho finito. E anche oggi.

C’è un luogo, una strada, un monumento di Firenze a cui sei particolarmente affezionato? Se sì, perché?
Di una città ti rimangono per sempre impressi i luoghi che vedi la prima volta che arrivi. Ormai sono passati più di 40 anni ma l’albergo, l’Hotel Columbus, quella sera che arrivai… non me lo sono mai dimenticato… mi sembra ieri. Mi ricordo la stazione… arrivai in treno, non avevo la macchina, ero appena maggiorenne e la patente, mi sembra, la presi qui. Ti posso dire che quando arrivai l’ultima cosa a cui pensavo erano i soldi, era tanto l’entusiasmo di cominciare… Il mio primo contratto fu di 300.000 lire al mese.

C’è qualcosa di questa città che ti piacerebbe cambiare?
No, Firenze è bella e sono bellissimi anche i fiorentini. Perché, oltre ai monumenti e alle bellezze artistiche, un grande patrimonio di questa città sono i suoi abitanti. Fantasiosi, entusiasti. Genio e sregolatezza, grande attaccamento alla squadra. Amano incondizionatamente.

Ecco, a proposito di questo, che cosa pensi degli applausi a Gomez quando è stato sostituito contro il Genoa? Magari da altre parti non l’avrebbero applaudito…
Guarda, l’importante è impegnarsi sempre al massimo e con i fiorentini andrai sempre d’accordo. Il fiorentino difende sempre fino allo stremo il suo, diciamo così, “prodotto”. Se si comporta bene, naturalmente. Gomez in quel momento era in difficoltà e quindi doveva essere aiutato perché è un “patrimonio” di Firenze.

Il fiorentino però ha la memoria lunga.
Certo, non dimentica facilmente gli sgarbi.

In un ipotetico libro su Firenze scritto da te che cosa metteresti in copertina?
Ci metterei un’immagine dei tifosi viola. Quando sono fuori trovo gente che mi chiede sempre della Fiorentina. La mia vita è passata in gran parte insieme a loro, gioie e dolori.

Come intitoleresti una tua autobiografia?
Già fatto: «Io, Giancarlo Antognoni». Il mio primo libro. Pregi e difetti. A 60 anni sono contento di quello che ho fatto, giusto o sbagliato. Anche perché ho sempre fatto come ho voluto e rifarei tutto quello che ho fatto.

Resteresti di nuovo a Firenze, in un’altra ipotetica vita? So che ti hanno cercato la Roma e la Juventus più di tutte le altre società…
Non rimpiango niente.

Secondo te lo costruiranno il nuovo stadio a Firenze?
Non lo so, però so di certo che nel 2014 non è giusto andare allo stadio, in maratona o in curva, e prendere l’acqua. La struttura del Franchi è bellissima, inimitabile. Ma oggi il calcio ha altre priorità.

E il Franchi in cosa lo trasformeresti?
Va lasciato, anche perché… ci ho giocato io! Spero che non lo buttino giù come hanno fatto a Barcellona con il Sarrià, lo stadio in cui giocammo con il Brasile e l’Argentina nel 1982. O come hanno fatto a Perugia con lo stadio in cui ho giocato io. Buttare giù tutti e tre gli stadi dei miei ricordi… anche se il Franchi è cambiato tanto da quando ci giocavo io. Molto più bello. L’ho rivisto vuoto quando abbiamo fatto la Partita del Cuore. Mi è venuta una stretta al cuore, appunto.

Che cosa ci vorrebbe per spingere l’Italia a rifare gli stadi?
Forse una grande competizione, un mondiale o un europeo. Ammesso che basti. Anche perché solo gli stadi non sarebbero sufficienti.

A Liverpool hanno venduto tantissime magliette con il numero di Balotelli…
Il merchandising in Italia è poco sfruttato. Un errore perché è un ottimo modo per portare soldi alla causa della società di calcio. Bisogna crescere. In Germania e in Inghilterra sono molto avanti rispetto a noi.

Ma a Firenze siamo cresciuti da quando dicevano ai tifosi viola che la tua permanenza a Firenze era il miglior acquisto del mercato, visto che ogni anno ti davano come sicuro partente?
Per otto anni fu così. È vero però che le cose a Firenze cambiarono negli anni ’80 quando arrivarono i Pontello, che avevano una mentalità nuova e molto diversa rispetto ai presidenti di prima. Mentalità imprenditoriale, il calcio come azienda. Poi arrivò Cecchi Gori, imprenditore e tifoso. E adesso i Della Valle, imprenditori. E questo non lo dico io. Ma oggi il calcio è soprattutto business, affari. Se i conti tornano, bene. Altrimenti è un problema. Grosso.

Oggi presidenti tifosi ce ne sono pochi: forse gli Agnelli, Berlusconi… Giancarlo, qual è il futuro del calcio?
Magari ha ragione Lotito che si è comprato una società, la Salernitana, e ne ha fatto una succursale della Lazio. Come fanno molte società estere. Come facevano, del resto anche quando cominciai la mia avventura. Mi aveva comprato il Torino e mi aveva mandato ad Asti. Ma io scelsi Firenze. E feci bene.

(Visited 598 time, 2 visit today)
Share

Dicci la tua

Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.