La Ginori è fallita. Ce l’hanno messa tutta. Tutti. E adesso rimane solo la rabbia dei suoi lavoratori. Quella di alcune istituzioni e dei cittadini. Di chi è appassionato della sua storia e di chi, molto più semplicemente, quando va al bar per prendere un caffè o quando va al ristorante, la prima cosa che fa è: guardare sotto la tazzina o il piatto per vedere se c’è quel timbro inconfondibile.

E allora, in una giornata come questa, rimando a una storia che ho raccontato in TUSITALA (Cult, 2011). È la storia di alcune tazzine dei Galli Rossi che girano mezza Europa e mezza Storia. Fino a una soluzione.

 

Le cose iniziarono ad andare male senza che Giovanni e Yan Shi-Txua lo potessero sapere.

Lo avrebbero potuto immaginare, certo: nessuno fa sconti. Loro lo avevano preteso e stavano per trovarsi con l’intero conto da saldare.

Erano stati i quasi quattrocento euro consegnati al camionista turco a dare il via all’effetto domino.

Nella sua telefonata minatoria a Yan Shi-Txua, Chiwan-Tze era stato chiaro: cinquecento euro al camionista. Poi c’era la merce da far scaricare ai facchini maghrebini di Porta Romana e da distribuire ai commercianti cinesi.

Giovanni e Yan Shi-Txua, però, avevano come chiesto uno sconto su entrambe le faccende.

Mentre Giovanni raccontava all’anziano cinese l’enorme valore di quella prima sfornata di Galli Rossi, a Lugano Chiwan-Tze iniziò a ricevere le proteste dalla sua filiera: la catena dei suoi affari era stata spezzata. E la colpa era di quella coppia formata da due vecchi ormai alla deriva.

La mattina successiva all’arrivo del carico allo scalo abbandonato, Giovanni e Yan Shi-Txua si svegliarono prestissimo: avrebbero aspettato al negozio in via Sarpi l’arrivo del corriere che Chiwan-Tze aveva detto sarebbe passato a recuperare il pacco per portarglielo.

“Luigi aveva ragione”, ripetevano i neuroni di Giovanni mentre il cinese entrava in negozio.

“Yan, quel pezzo di porcellana è stato sicuramente rubato dai sotterranei della Manifattura di Doccia dove era stato nascosto, insieme agli altri oggetti pregiati, durante i bombardamenti del 1944”, raccontò al cinese.

Yan Shi-Txua sembrava non ascoltarlo.

In realtà, l’anziano cinese si domandava se quello strano italiano volesse fregarlo e condannarlo a morte.

“Uanni, lascia stare. Aspettiamo il corriere di Chiwan-Tze e poi questa storia sarà finita”, gli disse.

Aveva paura. Come Giovanni.

La notte prima gli aveva raccontato delle intuizioni che il suo amico Luigi gli aveva confidato più volte.

Alla fine del ’700, i Galli Rossi furono il primo esperimento europeo per riprodurre lo splendore delle decorazioni giapponesi Imari. Con la sostituzione del cobalto e del verde con il rosso ferro e l’oro, la Manifattura di Doccia aveva messo le sue maestranze artistiche al lavoro per rivaleggiare con l’arte dell’estremo Oriente.

“È solo un piccolo tassello del tesoro trafugato dai nazisti”, Giovanni quasi glielo urlò addosso.

“Può darsi, ma adesso questo tesoro è di Chiwan-Tze, non nostro”, era stata la risposta del cinese.

Giovanni non poteva staccare lo sguardo e i ricordi da quei disegni sulla tazza di porcellana.

Due galli da combattimento si studiavano prima di uccidersi, immersi in un ambiente esotico. Era l’Oriente che bussava fragorosamente alle porte dell’Occidente alla fine del diciottesimo secolo.

“Lo so, Yan. Ma questo bastardo non deve cavarsela”, disse Giovanni.

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Leonardo Sacchetti

Leonardo Sacchetti è nato a Firenze nel luglio del 1973. Giornalista, è direttore responsabile di tuttafirenze. E’ autore del libro “Tusitala” (Cult 2011) e curatore dei laboratori di scrittura democratica.