Ogni partito politico, ogni religione o ogni movimento finisce per dire delle bugie. Magari a fin di bene o per uno scopo etico, ma alla fine, qualche bugia ci scappa. Mi piacerebbe invece che un giorno nascesse una organizzazione che dicesse: “Noi abbiamo queste idee, vorremmo raggiungere questi obiettivi, cerchiamo qualcuno per fare questa cosa insieme ma può darsi che insieme a voi si uniscano anche dei perfetti idioti, e noi non abbiamo anticorpi, quindi non andate a giro a dire che siete migliori del mondo o che il vostro partito o la vostra religione sono i meglio di tutti. Perché effettivamente non possiamo esserlo, possiamo solo fare del nostro meglio per non finire pieni di gente ripugnante”.

Ad esempio ogni volta che la chiesa dice che è la casa di Dio e che è un luogo di accoglienza in cui si ama il prossimo, sta mentendo. Perché le chiese sono gestite da esseri umani, e gli esseri umani purtroppo non sono sempre accoglienti e amorevoli con il prossimo, non importa essere Sartre per pensarla così. Quindi sarebbe bello se Papa Francesco, o chi per lui, un giorno dicesse: “Ci piacerebbe essere un luogo di amore per il prossimo, e in alcune chiese è davvero così, ma può darsi che in qualcun’altra possiate trovare dei perfetti stronzi omofobi, dei collaboratori di dittature sanguinarie, dei bigotti cattivi che vi giudicheranno in modo spietato e se proprio vi va male dei pedofili come è successo in molte chiese in molte parti del mondo”.

Ma questo è solo un sogno.

E visto che rimarrà un sogno c’è sempre più bisogno di giornalisti che invece di giocare al tronista come Andrea Scanzi, lavorino dentro le redazioni, passino ore e giornate a frugare negli archivi e a intervistare testimoni e vittime. C’è bisogno di giornalisti che facciano i giornalisti e meno gli opinionisti. La cosa più dolorosa di Spotlight, il film di Tom McCarty sull’inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili a Boston, non è tanto lo scoprire il numero enorme di vescovi e preti invischiati nella faccenda, che fa abbastanza impressione, ma il fatto che quel tipo di giornalismo stia quasi scomparendo. Le due ore del film non hanno lo scopo di rendere delle star i giornalisti, anzi, lo stile sobrio, le lunghe scene in redazione, la mancanza di momenti “emotivamente facili” sembrano quasi volerci ricordare che essere giornalisti non vuol dire scrivere un libro al mese o sagomare con il proprio sedere la poltrona di qualche trasmissione tv. Ma lavorare, in modo anonimo e silenzioso perché quelle che devono uscire e far rumore sono le notizie non le facce di chi le scrive.

Seppur ci sia un cast di attori capaci di stare sopra le righe come Michael Keaton, Mark Ruffalo e Liev Schreiber, Tom McCarthy decide di raccontare la normalità di una redazione di fronte alla follia della chiesa che nasconde dei preti colpevoli di pedofilia. La telecamera si ferma nelle lunghe discussioni tra le scrivanie, osserva la consapevolezza di aver avuto per le mani quella notizia anni prima e averla ignorata, trema sulle interviste alle vittime, dolorose, ma sempre piene di umanità. Si esce dal cinema convinti che il giornalismo possa salvare il mondo, che ci siano redazioni che fanno 600 articoli su un caso se lo reputano necessario, senza mai mollare la presa. Ma poi la mattina dopo apri il giornale e ti accorgi che probabilmente vivi in un paese dove, tranne alcuni rari casi, il giornalismo non cerca fatti, non indaga e non passa mesi a rovistare negli sgabuzzini delle organizzazioni potenti, l’unica cosa di cui va a caccia sono i virgolettati di Salvini e di Papa Francesco.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.