Ho chiamato Chiara Di Domenico. Ci siamo conosciute un po’ di anni fa, al Festival della Creatività a Firenze. Chiara è quel nome che a Febbraio ha infiammato le pagine dei giornali per il suo intervento da lavoratrice a progetto per l’editoria, in campagna elettorale del PD. Dei suoi otto minuti d’intervento, solo pochi secondi sono diventati oggetto di linciaggio di molti. Ha detto che era stanca di vedere che i “figli di” vanno avanti mentre gli altri no, come la figlia di Pietro Ichino che a 23 anni ha avuto un lavoro fisso a Mondadori. L’ho chiamata perché sul suo profilo di FB ho letto che all’inizio la cercavano tutti, poi però sono arrivate le dimissioni del Papa, i Marò, le elezioni. Duri poco, persino come evento. Se poi si accorgono che tu continui a vivere e a dire quello che pensi, “basta con ‘sto politically correct, che ci ha tolto la bellezza e l’intelligenza”, rimani ai margini e ricordata solo per quella che siccome non c’ha il posto fisso se la rode per quell’altra che invece ce lo ha. Quando il suo nome è balzato alle cronache ho pensato, ma guarda quanta gente che ho conosciuto grazie ai libri e che poi ho perso per strada, per affannarmi a vivere, perché pure io, se fosse solo per l’editoria, farei la fame. Ci siamo dette che si deve insistere, resistere a dire e scrivere quello che pensiamo. Gli eventi e il presente rischiano di toglierci bellezza e intelligenza. Dell’intervento di Chiara, a me era rimasto impresso un’immagine. Ricordando Isabella Viola, morta per stanchezza a 36 anni con 4 figli e un lavoro per il quale si alzava alle 4 ogni mattina, ha nominato Delitto e Castigo di Dostoevskij, quando la cavalla cade abbattuta e il padrone che le dice “ma perché non lavori?”. Ecco, è una domanda che ci ferisce ogni giorno e un’immagine che rischia di diventare l’ultimo evento nelle nostre vite.

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