Ho sentito tante volte il bisogno di descrivere con le parole dei momenti o delle sensazioni vissute, dopo un incontro con una persona, dopo qualcosa d’incredibile che mi era successo, dopo un viaggio o un concerto o semplicemente qualcosa che stavo provando. E sono abbastanza convinto di aver reso al massimo, quando mi è andata proprio bene, il 10% di quello che avrei voluto trasmettere o che avevo nella testa, non perché sia un pessimo scrittore, certo, il fatto di non essere Safran Foer c’entra, ma a volte sono proprio le parole ad essere inadatte.

È da sabato sera che leggo post dei miei contatti Facebook sul concerto di Eddie Vedder e sono tutti tentativi, come il mio di adesso, di provare a trasmettere quella roba incredibile che sono state le due ore al Visarno passate insieme ad altre 50.000 persone. Non ve la prendete, ma sono tutti tentativi falliti. Come questo, ma sono tutti tentativi – fare foto e pubblicarle, scrivere qualcosa, raccontare a qualcuno – per rimanere legati a qualcosa che ci ha toccato in un modo e in un posto dentro di noi difficili da cancellare. E quindi in qualche modo no, non falliscono per niente per chi sabato sera era lì.

Ma lo fanno per chi non c’era.

Perché se sabato non eravate tra la polvere e il sudore della Visarno Arena, nonostante i tentativi, è veramente troppo difficile da spiegare.

Intanto, appunto, la polvere e il sudore. La dimensione di un festival rock finalmente anche a Firenze, la birra annacquata, la gente mezza nuda, tatuaggi, magliette che testimoniano una fede pacifica e mai violenta. Ragazzini che giocano a pallone, gente che bestemmia per la fila infinita per prendere qualcosa da mangiare, disperati che arrovesciano birre per cui dovranno passare altre ore in fila ma che non se la prendono. E delle casse gigantesche sospese nel cielo che ti sparano la musica direttamente dentro lo stomaco.

E poi Eddie Vedder che alle 22:35 sale sul palco e si siede davanti a 50.000 persone. Dietro di lui una scenografia da concerto intimo e raccolto, perché forse questo si aspettava come ha detto più volte durante la serata. La corona di birilli alla Grande Lebowsky, un registratore, piccole luci, un organo e una bottiglia di vino rosso. Pensi che un qualsiasi essere umano verrebbe sovrastato dalla folla, “dai almeno non stare seduto” avranno pensato in tanti. Io di sicuro. Ma non si è alzato quasi mai, solo nella parte finale quando sul palco è salito anche Glen Hansard. Per tutto il resto del tempo è rimasto a sedere da solo nel suo metro quadrato davanti alla gente e da quel metro quadrato, da solo, ha fatto esplodere il mondo. E lo ha fatto esplodere dentro ogni persona che era lì. Ha fatto volare in aria bottiglie, accendere migliaia di videocamere dei telefonini, piangere, ballare, cadere, cantare e rimanere in silenzio. Lo ha fatto urlando, sussurrando, ridendo e commuovendosi, dando l’impressione di poter far esplodere tutto ancora e ancora, senza una fine. Non era più un concerto dopo le prime tre canzoni, era già qualcosa di più simile a un ritrovo di credenti senza religione e senza nessuno da convincere. E potrei scrivere vari pezzi della scaletta, ma è veramente inutile se non per la cronaca, perché voi leggereste il titolo di una canzone e non avreste la minima idea di cosa ha significato per chi era lì, ascoltarla in quel posto in quel preciso momento, cantata con quella intima intensità.

Quando sarà pubblicato questo pezzo saranno già usciti migliaia e migliaia di post, articoli, sbrodaglie sentimentali come questa, foto, recensioni, le scalette del concerto appunto, le sensazioni degli addetti ai lavori. Sarà già storia la stella cadente caduta durante la cover di Imagine o il racconto del momento in cui ha cantato Black ed è riuscito a far venire i brividi a tutte le persone presenti, dal servizio d’ordine al fan sciroccato in prima fila e perfino a se stesso, finendo quasi per piangere sul finale ripetendo più volte la stessa frase: “come back”. Ma su alcuni dei post che ho letto in queste ore tra i miei contatti Facebook c’è una parola che alcuni hanno scelto, ed è “grazie”. E non lo so, quando si ha la fortuna di ritrovarsi di fronte a così tanta bellezza tutta insieme, magari tra amici, forse è davvero l’unica parola che abbia un senso.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.