Girando per il mondo ho scoperto che quando sento una ‘c’ aspirata, che sia a Roma, a Torino, a Palermo, a Londra, o in mezzo all’Arizona mi si allarga il cuore per un attimo. Tre anni fa in un albergo di Santa Monica abbiamo sentito un accento fin troppo familiare, proveniva da una coppia di sposini di Signa. “A Las Vegas ci siete stati? È tutto finto là, se picchi sui muretti sonano a voto”, ci ha detto lui, e per quella notte siamo andati a letto contenti, con l’odore di casa misto a salsedine.

È una specie di deviazione emotiva la mia. Non riesco mai a cambiare canale se trovo Ovosodo o il Ciclone, adoro i tortelli mugellani, mi commuovo al Franchi e mi incanto davanti al Ponte Vecchio di notte. Praticamente mi manca solo un giglio tatuato accanto alla stilografica sul braccio (ce l’ho sulla lista delle cose da fare).

Forse è questa mia debolezza, questo campanilismo un po’ superficiale ad avermi reso facile scegliere tra Bobo Rondelli, Francesco De Gregori e Brunori Sas. È la mia full immersione di cantautorato della scorsa settimana, tre spettacoli molto belli, tanto da avermi confermato che continuerò a vedere concerti di ogni tipo, da Jovanotti ai Tre Allegri Ragazzi Morti, ma che niente per me è come i cantautori illuminati appena con la loro chitarra, il loro pianoforte, i loro cappelli e le maglie sdrucite con la giacca sopra (grazie babbo). La mia invisibile voglia a forma di giglio mi ha portata a preferire il toscano del terzetto. Sarà che Bobo è un genio, che le sue parole sembrano a volte scritte da un bambino, a volte da un poeta, a volte intense, a volte dolci, a volte amare e spesso tutto insieme. Sarà che riesce a farmi piangere con la canzone per sua mamma, e ridere davvero raccontando della sua vita. Ma sarà anche che lo sento familiare, che parla un po’ come me (più qualche de’), e che ogni volta dal palco canta Guarda che luna per Carlo Monni. Sarà per tutto questo che quelle due ore di Bobo mi hanno fatta sentire come dopo un piatto di tortelli, o dopo un 2 a 0 della Fiorentina o dopo il flamenco del Ciclone, anzi, anche meglio di così.

bobo
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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.