suite…di leggere il mio ultimo libro, “Suite francese” di Irène Némirovsky; l’ho chiuso con un po’ di malinconia e riposto sullo scaffale della libreria. Ogni volta che termino un romanzo mi invade una sorta di nostalgia per la storia appena conclusa ed i personaggi che ho conosciuto, immaginato e che non rincontrerò più, perché non rileggo mai un libro, anche se mi è piaciuto moltissimo.  L’amore per la lettura mi è stato trasmesso da mio padre. A casa avevamo una libreria piena di romanzi, che poi ho scoperto essere in gran parte classici, ed io, adolescente, scorrevo inizialmente solo i titoli e gli autori, ma pian piano ho iniziato a leggerli anche perché, alla fine degli anni ’70, non c’era poi molto da fare per una ragazzina come me, complessata ed insicura, senza molti altri svaghi. Il pomeriggio non c’era programmazione televisiva e i computer non ci avevano ancora ridotto in schiavitù, non c’erano proprio. Il primo romanzo che lessi, ignorando chi fosse l’autore, fu “Madame Bovary”. Lo leggevo sdraiata in poltrona fuori del terrazzo, avrò avuto 14 anni e la storia di quella donna inquieta ed infelice mi appassionò tanto che non capii perché mio padre mi disse, vedendo che lo leggevo, “è un romanzo troppo difficile per te”. Non l’ho più riletto, ma Emma me la ricordo bene. Poi la vita è scorsa veloce e per anni non ho più potuto leggere per piacere, se non a spizzichi e bocconi, barcamenandomi tra il lavoro, lo studio, e poi i figli piccoli e sgarrupati, ma ho continuato a comprare libri e a riporli nella libreria aspettando il tempo di leggere, che sapevo sarebbe tornato. È tornato, inaspettatamente, grazie alla disabilità di Emanuele, perché la sua riabilitazione è certo un percorso lungo e difficile ma mi ha regalato moltissimi tempi morti, tempi di attesa, in ospedale e nella sala d’aspetto del  C.R.O., dove lo porto da 13 anni ed aspetto, appunto, che si compia l’ora di riabilitazione. C’è stato un periodo, più o meno coincidente con il ciclo delle elementari, in cui l’ho portato quattro volte la settimana e perciò avevo ben quattro ore di attesa che io ho impiegato nel modo che mi è più congeniale: leggendo appunto un po’ di tutto. Romanzi, thriller, classici, saggi di storia medioevale e moderna (la mia passione!). Ho sempre un libro in borsa e non perché sono snob, semplicemente leggere mi piace, mi catapulta in un altro mondo, immagino ambientazione, timbri di voce, espressione e vestiti dei personaggi. Anche quando feci il primo ciclo di chemioterapia in ospedale avevo con me un libro, prestatomi dalla mia amica, Elena, “Facebook in the rain” di Paola Mastrocola. Il ciclo durò circa 8 ore, dalla tarda mattina al pomeriggio inoltrato, ma scivolò lieve e, sfilato l’ago dal braccio a fine serata, il libro era all’ultima pagina, la storia conclusa, per sempre conservata nel cassetto della mia memoria.

P.S.: il libro più bello?  “Vergogna” di J.M.Coetzee. Il prossimo: “Il mulino sulla Floss” di G.Eliot, un classico.

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