“Che macello. Anche lì ce ne sono più di trecento”. Questo è stato il commento di mia mamma alla notizia della dichiarazione di fallimento della Richard Ginori. Cordate, acquirenti, debiti, promesse diventano sfondo su un’immagine di carne ammassata e macellata. Mia mamma vede gli operai e le operaie, come lo è stato lei, e basta. Si riaprono ferite ogni volta che sente di una fabbrica dismessa, di sirene che non scandiranno più la vita di un paese, di quelli combattivi che occupano e che non ci stanno a sentirsi falliti, come il posto in cui ci hanno lavorato e sudato per una vita. Penso alle tazzine di mia nonna, al servizio buono della domenica, insieme al vestito della festa. Ma ora non ci sono più le domeniche di una volta e neanche le tavolate con la porcellana finissima e negli ultimi anni neanche le ragioni per festeggiare. Non so se non abbiamo più bisogno della bellezza di una porcellana prodotto da questi operai-artigiani. Porcellane belle, famose  e fragili. Eppure gli operai varcano quei cancelli e stanno nel parcheggio e non gli viene in mente di spaccare piatti e tazzine. Non possono distruggere quello che loro stessi fanno. Non ne sono capaci. Le fabbriche, che ti tolgono il sonno, che ti inarcano la schiena e ti fanno dolere le mani e alle volte ti intasano polmoni e organi vitali, loro stanno lì e le difendono e le presidiano. Sì, certo, sono la loro vita, sono i loro stipendi, sono il pane per le loro famiglie. Ma è qualcosa di più. Se gli uomini e le donne sono fatte per il 90% d’acqua, gli operai e le operaie sono fatti del 90% di lavoro. Sbaglia chi pensa che ci sia della retorica o dell’ideologia nella frase, la “Ginori siamo noi”.  Sono fatti della stessa materia che lavorano. Chi in tutta questa storia non terrà presente questa ovvietà rischia di trovarsi davanti un cumulo di macerie di porcellana e una macelleria sociale.

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