Idiotically correct è un’espressione iperbolica che indica il politically correct spinto all’eccesso, superando i confini del buon senso e cadendo nell’idiozia.

Il politicamente corretto come lo intendiamo oggi nasce all’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti, come espressione di una giusta attenzione alle idee e ai diritti delle minoranze o, più in generale, come atteggiamento di rispetto nei confronti degli altri.

Nel tempo si è fatalmente trasformato in una sorta di conformismo linguistico al quale ci si è, più o meno consapevolmente, abituati.

I recenti fatti di cronaca legati all’omicidio di George Floyd a Minneapolis e alla nascita del movimento Black Lives Matter hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del razzismo e dell’intolleranza.

Come reazione c’è stata, a livello planetario, una sensibilizzazione nei confronti dei problemi razziali e una forte spinta ad utilizzare più che mai un linguaggio politicamente corretto, evitando termini che potessero urtare la sensibilità di qualcuno.

Questo ha portato ad alzare l’asticella del politically correct oltre i limiti del buon senso, arrivando perfino ad interessare il linguaggio informatico, che per la sua valenza universale e trans-linguistica dovrebbe essere libero da fraintendimenti. Proprio negli Stati Uniti, particolarmente sensibili all’argomento, Linus Torvalds, ideatore di Linux, ha ufficializzato la volontà di eliminare termini come ‘master/slave’ o ‘blacklist/whitelist’ dal linguaggio tecnico perché politicamente scorretti.

Nuovi termini, a suo dire, dovrebbero essere usati nei codici sorgenti e nelle interfacce rivolte agli utenti. Al posto di master e slave, termini da sempre utilizzati per indicare un rapporto di dipendenza tra due entità informatiche logiche o fisiche, viene suggerita una serie di alternative, da primary/secondary a leader/follower. Analogamente invece di blacklist/whitelist, anch’essi termini utilizzati da sempre in ambito informatico, vengono suggerite alternative come denylist/allowlist o blocklist/passlist.

GitHub, società del gruppo Microsoft, sta lavorando per eliminare il termine master da tutti i propri sorgenti, sostituendolo con un più neutro main, evitando così riferimenti a razza e schiavitù. Eliminare i riferimenti a razza e schiavitù anche dal linguaggio tecnico dovrebbe servire, secondo le intenzioni dei sostenitori dell’iniziativa, a smantellare stereotipi razziali.

L’impressione è che così facendo si stia in realtà eccedendo. Voler vedere connotazioni razziali nella terminologia tecnica è una forzatura che francamente sembra strumentale a polemiche fini a se stesse, oltre a delineare realtà antistoriche. Voler attribuire un significato razziale al termine black list, ad esempio, è una forzatura; l’espressione, infatti, trae origine dalla pratica in voga nell’Inghilterra medioevale di segnare i nomi dei lavoratori problematici in una specifica lista nera, per evitare di assumerli in futuro; senza alcun riferimento razziale, dunque.

Limitare, poi, il significato di un termine ad una specifica accezione (negativa) ed eliminare tale termine dal linguaggio è un’ulteriore forzatura. Il termine master, ad esempio, in inglese ha molteplici significati, generalmente positivi, oltre a padrone (direttore, maestro, etc.); anche il significato di padrone, al di fuori degli Stati Uniti, in paesi che non hanno avuto storicamente problemi razziali, è percepito in maniera assai differente rispetto a come lo intendono oltreoceano.

La pulizia lessicale in ambito tecnico, quindi, appare come una concessione all’idiotically correct. Sostituire termini radicati nel linguaggio tecnico e dal significato universalmente noto con termini la cui equivalenza deve essere consolidata nel tempo, cosa non banale per chi parla altre lingue, rischia di portare a pericolosi fraintendimenti senza apportare reali vantaggi, tranne quello di far sentire gli americani in pace con la propria coscienza.

Restiamo nel frattempo in fiduciosa attesa che qualcuno si renda conto che nel gioco della dama o degli scacchi la contrapposizione tra bianchi e neri è un chiaro sintomo di intolleranza, sia per gli evidenti riferimenti alla razza, che per la supposta supremazia razziale sottesa al fatto che la prima mossa spetti ai bianchi. Per non parlare dell’evidente discriminazione rappresentata dal fatto che i tasti bianchi del pianoforte corrispondano alle note naturali, mentre i tasti neri alle note alterate; anche se su questo aspetto specifico si erano già pronunciati nel 1982 in maniera alquanto sensata, sia pur un po’ troppo melensa, Paul McCartney e Stevie Wonder.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.