Appena acceso l’impianto cocleare Emanuele, fino ad allora completamente muto, scoprì la voce e passò un lungo periodo, mesi seguiti da mesi, a modularla, alternando urla a sussurri, senza dire neanche una sillaba. Il mondo sonoro era per lui una scoperta incredibile; ricordo il faccino esterrefatto quando sentì per la prima volta il suono della sua pipì…ai sui occhi, prima dell’impianto, dovevamo sembrare tutti pesci. Non furono mesi semplici, ma tant’è!
In quel periodo, come gli altri bimbi, frequentava il primo anno di scuola materna, alla comunale Pilati. A maggio 2005 ecco la temuta lezione aperta ai genitori sull’apprendimento della lingua inglese: “Where is the rabbit?”. Emanuele non dice ancora “bu” perciò immagino come possa andare a finire. Come da previsione, le insegnanti mi chiedono di riprenderlo prima da scuola, se sono d’accordo e se è possibile. Per tutelarlo, mi dicono, per non metterlo in imbarazzo davanti ai compagni. Potrei discutere sul perché non si sia pensato a qualcosa anche per lui, ma sono ancora una novizia in questo campo ed acconsento (non lo farò mai più, in seguito). Il giorno stabilito lo riprendo da scuola alle 13.30, è una brutta giornata e piove a dirotto. Lo porto a casa di corsa, attenta che l’impianto non si bagni perché andrebbe in corto circuito, Manu è un bambino a pile. Arriviamo e lui va dritto a giocare in camera sua, da solo: i fratelli, normali, sono tutti a scuola.

Alle 14.00, o giù di lì, mi suona il campanello l’inquilina del piano di sotto, una ragazza di una ventina d’anni o poco più. Non è la prima volta che lo fa, ma non ha mai trovato me a riceverla. Apro la porta, già di pessimo umore per  aver dovuto riprendere Manu prima, e lei mi apostrofa stizzita: “Ascolta, così non si può più andare avanti, io ho diritto a riposare e con tuo figlio che urla non è più possibile…”. Non ci posso credere, ma una richiesta irragionevole merita una risposta adeguata e sorridendo, in assoluta calma, le rispondo: “Devi pazientare ancora 24 ore poi lo porto a sopprimere, perché a scuola non può stare, a casa sua nemmeno, fuori non lo posso portare  perché piove. Lo sopprimo e non ci si pensa più!”. Rimane a bocca aperta e farfuglia uno: “…scusa non volevo offendere la tua sensibilità…”, ma la mia sensibilità è offesa eccome! Saluto e richiudo la porta lasciandola sul pianerottolo, a riflettere, spero. Sono passati 10 anni da allora, abitiamo tutte e due ancora qui ma, escluso un ciao a mezza bocca, non mi ha più rivolto la parola da allora. Pazienza! Non è obbligatorio andare d’accordo con tutti, mi ha insegnato il dott. Losco ed io ho imparato a non essere più obbligatoriamente accomodante.

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La bussola