Questo pezzo è dedicato a chi continua a portare il calcio, quello vero, in città, nelle piazze e nei campetti di periferia.
A chi ha sacrificato, almeno una volta, il pranzo di Santo Stefano per un calcio ad un pallone.

Che cos’è il calcio?
È il profumo dell’erba appena tagliata, il pallone che scorre, vedere delle luci, là, in fondo al tunnel degli spogliatoi. La tensione che cresce, l’incoraggiamento che si accende, l’avversario che ti scruta e il mister che ti guarda.

Oppure.

Trovarsi dopo il pranzo, il pranzo impegnativo dei parenti, il 26 dicembre. Con il panettone sullo stomaco e la grappa sopra gli occhi. Ritrovarsi ancora, come ogni anno, sotto una pioggia leggera. Leggera, come la coperta che avresti potuto avere sopra il divano.
Forfait dell’ultimo momento, malattie dell’ultimo minuto e sostituti che abbracci, che rendono ancora possibile questa magia: la magia di essere in dieci, sull’asfalto bagnato, le pozze marmate e un cancello che ogni anno diventa sempre più alto, sempre più ruvido, ancora una volta da saltare, per poter entrare nel tuo tempio del calcio.
Non ricordi più quanti anni siano passati da quella prima volta, da quando non c’erano campi disponibili per Santo Stefano: e quella malsana idea di entrare là, dove avevi passato le ore di ginnastica al liceo. Ora hai trent’anni, la tua tuta ne dimostra quaranta e la tua agilità è fuori da ogni possibile tentativo di stima.
Il pallone non rotola regolare sull’erba appena tagliata. Le pozze rallentano il gioco, infangano i tuoi piedi e non esistono pettorine, magliette o calottine per riconoscere le due squadre.
I palloni sono sempre di meno, sempre più oltre quelle siepi, sempre più sopra quel tetto. La tecnica non è mai stata il tuo forte, ma non è mai stata nemmeno così scadente.
Il fiato è finito su quel cancello da scavalcare, prima di cominciare la partita; quella partita non da un’ora, non da due ore, ma che finisce al calare del sole. Perché non ci sono lampioni, non ci sono luci in fondo al tunnel degli spogliatoi, non ci sono luci della ribalta. Non c’è erba appena tagliata e i palloni stanno finendo. Ma il calcio non è mai stato così romantico.

(Visited 104 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
Diventa fan di Ultras da Tastiera

TESTTTTTTTTTT

Ciao Zio Phil