Leonardo Da Vinci l’incontrai ne’ dintorni d’agosto ed era ancora una stagionaccia qui in Toscana.

Era più o meno il 1485 quando uscii dal Worm-hole e mi ritrovai non più per una selva oscura bensì nel bel mezzo della piana di Firenze.
Il Da Vinci l’incrociai per un viottolo di campagna, che smanaccava nell’aere come per tracciar formule su un’invisibile lavagna mentre in realtà scacciava d’intorno zanzare grosse come cipolle.
Quando mi vide trasalì un par di volte: la prima fu perché mi vide, la seconda perché da fulmine fu colpito.
A dire il vero, la sua reazione alla vista mia fu bizzarra: volle forse farsi beffe di me perché estrasse lingua per farmi sberleffo ma il fulmine lo dissuase da altri sgarri. Sopravvisse al colpo ma impiegò un par di mesi a rimetter la lingua dentro.
In verità il Da Vinci era un gran burlone: era ottimo ingegnere idraulico e dilettava nell’arte delle macchine da guerra ed era maestro nella pittura.
Si dice ch’avesse rimbiancato casa sua senza far uso di pennellesse! Avea inventato una macchina in grado di sostituir gl’imbianchini.
Quando poi i Mecenati vennero a saper de la cosa e lo bombardonno di richieste per ridipinger le stanze e bagni egli rifugiò in Francia portando con sé un quadro d’una donna, che non sapea se ridere o lagrimare.
Leonardo mi narrò d’esser l’undicesimo di sei figli e quand’era a bottega dal Verrocchio si prese le verruche a’ piedi che poi spariron sol dopo la morte.
Egli mi disse di molte delle cose ch’avea fatto et mirabili opere meccaniche et ingegneristiche et opere di pittura et affreschi et altre cose che mi pare sfuggan allo catalogare.
Egli mi parlò poi della Battaglia di Anghiari, sciupata dall’ovo nella pittura e poi coperta, in quel di Pitti, e mi disse dell’accuse anonime di sodomia poi ritirate.

Ma fu nel discorrer sulla qualità de’ vini del loco e della prevalenza dei cerri con ghiande di bona qualità e poco tannino, bone pel maiale, che inciampammo entrambi in una frasca e lui piroettò in aria come la trottola di Prometeo ricadendo su di me in micidial capocciata.
Quando rinvenimmo era passato ‘si tanto tempo ch’egli s’era invecchiato e la barba gli era venuta lunga tanto quanto una scopa di saggina.
Saggio qual era e fu mi consegnò alcuni segreti che qui non dirò, e volle ritirarsi con la grazia dell’esporre nell’opera sua in memoria de lo nostro incontro fortuito, il logo di tuttafirenze in onore della città di Florentia da lui amata assai.
E ce ne fece dono.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.