Nessuno è convinto che un film abbia la forza di cambiare l’esistenza di un individuo, meno che mai il mondo. Forse è vero, e forse no. Tra i sostenitori dei no si annoverano: numerosi critici e intellettuali inaciditi, commessi di video noleggi che pensano che Spike Lee sia un Bruce Lee negro, il cane dei miei vicini, Carlo Vanzina e Gabriele Muccino, le zanzare e Bob Dylan.

Tra i si, io.
E ancora io.
E sono convinto, che se per 365 giorni all’anno, producessero film come “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” il mondo sarebbe un posto migliore.
Molto migliore.
Diminuirebbe il consumo di psicofarmaci, gli psicologi andrebbero a curare le aiuole pubbliche trasformando Firenze in un piccolo paesino francese, l’aria sarebbe più pulita, tornerebbero le mezze stagioni e i tempi in cui si stava peggio perché si stava meglio. Il traffico scorrerebbe più dolcemente, Osama Bin Laden resusciterebbe per andare a mangiare le costolette di maiale da Laura Bush e poi se la scoperebbe selvaggiamente sul divano mentre il marito filmerebbe il tutto per metterlo su Youporn. I cani vivrebbero coi gatti. Le foche farebbero l’amore coi fochi ma senza bruciarsi. Le fogne a cielo aperto manderebbero effluvi di rosa canina. Le afte diventerebbero curabili. Gli svizzeri farebbero saltare le alpi col plastico e l’Italia diventerebbe un isola, che è sempre meglio che una i male accompagnata. Le ragazze potrebbero fare ginnastica anche con le mestruazioni. Si potrebbe fare il bagno anche con la diarrea, e se è tanta anche i tuffi. I fiori sboccerebbero e le farfalle svolazzerebbero.
Tutto sarebbe migliore.
Già.
Ma dato che nei cinema di Firenze non stanno proiettando tutti i giorni il bellissimo lungometraggio di Laurent Tirard uscito nel 2009, non vi resta che sperare di incapparvici mentre state girando noiosamente i canali della vostra tv, magari mentre siete li con la boccetta di Xanax in gocce che state dosando la vostra posologia.
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E in quel momento la vostra attenzione si soffermerebbe sulla scena della visita medica alla classe del piccolo Nicolas, e allora appoggereste lo Xanax sul tavolo, il ghigno sul volto vi si trasformerebbe in un sorriso, e poi perfino in risata, se lo Xanax non vi ha già lessato completamente le sinapsi.
E vi lascereste trasportare in una fiaba senza tempo dove la realtà è filtrata dallo sguardo ironico e ingenuo del piccolo Nicolas, un luogo dove puoi ridere anche delle cose che ti fanno piangere, e ridere delle cose che ti fanno ridere, senza sentirti un perfetto idiota.
Poi alla scena del reclutamento del Killer lo Xanax sarebbe già tornato nel suo armadietto, e alla fine, per una sera,  l’ansia che vi si piazza quotidianamente come una bestia nera proprio tra lo sterno e l’ombelico se ne andrebbe a letto come una bambina innocente.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.