Dei miei ricordi di quando frequentavo l’università, qui a Firenze, quello che mi è rimasto più impresso è un esame di “Storia della letteratura latina, medioevale ed umanistica” (avrò avuto 20 anni) il cui argomento principale erano le lettere di Dante in latino. Traducendo un passo in cui Dante scrive che le donne gravide non potevano entrare nella chiesa della Badia fiorentina perché, a causa dei morti lì sepolti, l’odore era insopportabile, io le definii ‘’donne in stato interessante” perché ero timida, emozionata e gli altri termini mi sembravano troppo forti. Il professore mi interruppe e disse:” …In stato interessante. Perché prima erano noiose?” io avvampai e lui proseguì “Incinte, signorina, incinte. Chiamiamo le cose con il loro nome!”
Questo ricordo, perso nella memoria, è tornato a galla dopo la nascita di Emanuele quando ho scoperto i molti termini edulcorati utilizzati per indicare una menomazione, un handicap. In nessun referto di Manu c’è scritto, a chiare lettere, SORDO, ma piuttosto “ipoacusico profondo prelinguale” o “deficit uditivo severo”. Emanuele non è sordo bensì audioleso così come i ciechi sono ipovedenti e gli handicappati in genere sono diversamente abili. Credo che lo si faccia per alleggerire a parole la realtà, non quella del disabile ma la nostra di persone normodotate perché l’handicap, anche solo a parlarne, fa paura. Sono convinta, invece, che quel lontano professore avesse ragione, chiamiamo le cose con il loro nome. Ho cominciato da qui a vincere la mia paura e non ho mai detto di avere un figlio ‘’diversamente abile’’, ma handicappato, anzi sordo. Immancabilmente vengo ripresa da parenti o amici che mi dicono che sono cattiva (propriamente dicono stronza) a definirlo così, che non è vero, ‘’lui è un bambino come tutti gli altri”, ma è proprio questo che non è vero, gli altri non fanno logopedia 4 volte alla settimana. Ricordo una mamma al giardino che gli parlava, Emanuele avrà avuto forse 4 anni e la guardava perplesso; le dissi “E’ sordo” e lei di rimando “a chi lo dici! a questa età sono sordi tutti, anche il mio quando lo chiamo…” Dovetti specificare, con suo grande imbarazzo, che non sentiva niente, che era sordo davvero, non per modo di dire.
Emanuele fa logopedia al C.R.O.(centro di riabilitazione ortofonica) da quando aveva 6 mesi. Una mattina, una mamma, nuova entrata, che aspettava come me in sala d’attesa il termine dell’ora di riabilitazione, mi chiese preoccupata: “Il tuo bambino parla?” “Non ancora” le risposi ‘’lui è sordo profondo”. Sollevata, mi rispose: “Ah è un’altra cosa, il mio bambino è ipoacusico…”, mi mancò il coraggio di dirle che era la stessa cosa, che non c’era proprio nessuna differenza.

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