tatoos_istatL’aggiornamento del paniere Istat è una cosa che in genere mi interessa tanto quanto mi interessano le partite di calcio, cioè zero, ma al contrario di quest’ultime, fornisce sicuramente una serie di informazioni che possono (e forse devono) farci pensare.

Mentre facevo colazione e leggevo le notizie in rete, ho preso atto che nel nuovo paniere “entrano i tatuaggi, escono cuccette e vagoni letto”.

Sì, stavolta decisamente mi ha fatto pensare.
Mi ha fatto pensare che c’è qualcosa di tremendamente cafone e modaiolo che diventa degno di nota e indice di misura per i prezzi, mentre qualcos’altro di assolutamente romantico e poetico non interessa più.
Il tatuaggio non è nulla di esclusivo e caratterizzante, è semplicemente un fenomeno di massa. Diventa sempre più raro incontrare persone che non hanno tatuaggi.
E parlarne diventa un terreno sempre più insidioso e scivoloso, rischi di offendere qualcuno (anzi, tante persone, fra i miei stessi amici faccio prima ad elencare i non tatuati) o scatenarne l’ira implacabile.
È solo che pensavo a quanto è stata bella l’epoca pre-low-cost, quando doveva ancora esplodere la febbre “Ryanair e simili”, ed un modo assai bello (e più economico dei voli) per viaggiare era il treno.
Ormai i voli low-cost sono una realtà diffusissima da anni e perciò molte persone (giovani) immagino abbiano sempre viaggiato con questi, ma il fascino della cuccetta e del vagone letto un aereo se lo sogna.
Come tutte le cose, come in ogni ambito, la modernità arriva e spazza via il vecchio, senza che nessuno si interroghi sugli effetti che questo provoca.
I viaggi low-cost, facili ed economici, spostano milioni di persone da una parte all’altra con la rapidità di un click sul mouse (o di un “touch” sullo screen) esattamente come un tatuaggio ti rivela subito, in maniera facile e rapida, molte informazioni su chi hai davanti.
In una certa misura, entrambe le cose danno il brutto risultato di uccidere la curiosità.
Quanto amo la curiosità.
Un viaggio in treno ti dà modo di vedere il paesaggio, lì, a pochi metri da te, che cambia. Ti fermi nelle stazioni ed osservi la gente che va e che viene, osservi i saluti, ne percepisci l’odore, chi va di fretta chi con calma.
Ecco un’altra cosa meravigliosa. La calma.
Vuoi mettere scoprire con calma chi hai davanti, rimanere sorpreso un giorno dopo l’altro perché una faccina così e due occhioni così nascondono una personalità inimmaginabile, anziché sedersi e semplicemente osservando due braccia sapere già che lei/lui “ama” le farfalle, i Guns, Che Guevara, Buddha, Padre Pio, le moto, le frasi di Mussolini, le carte, Frida, sua mamma, che c’è stato un Paolo, una Luana, una vacanza in Brasile, i mondiali 2006, Maradona, il blues, la boxe, Chuck Norris, Jim Morrison?
La calma e la curiosità di scoprire i luoghi e le persone sono merci sempre più preziose e rarissime, per questo nel paniere Istat non le vedremo mai.
Volenti o no, il quadro della società che stiamo dipingendo è banale. La gente è banale.

Che poi il termine “paniere” mi ricorda sempre quando andavo all’asilo e dovevamo portarlo, il paniere, con le cose che mamma ci dava da mangiare. Chissà se funziona ancora così.

È un ricordo troppo tenero che stride fino a darmi fastidio ora che si accavalla alla parola “tatuaggio”.

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Sergio Lipari

Fiorentino, laureato in Industrial Design presso la Facoltà di Architettura di Firenze, non amo definirmi, forse perché non so come definirmi.
Sono viaggiatore e lettore, mi occupo di design, grafica e fotografia.
Ho due grandi passioni che mi accompagnano fin da piccolo e proprio non riesco a farne a meno: la chitarra e il LEGO.
Con quest’ultimo, mi diverto a interpretare e raccontare la realtà che mi circonda, in un esercizio che sta a metà strada fra il ludico e il serio.
Ho vissuto a Barcellona e mi reco spesso in Messico, dove ho lavorato e soggiornato per lunghi periodi. Amo Frida, Diego e il mezcal, che in una calda, stellata notte messicana mi ha regalato la sbronza che mai scorderò in vita mia.

www.50019id.com