Sarà stata anche estate piena ma quando uscii dal tunnel di Einstein-Rosen, mi trovai a ruzzolare sul ghiaccio come un popone, con 60° gradi sottozero. Ebbi una gran fortuna in effetti, perché il tunnel si aprì e richiuse proprio in prossimità del campo base che il grande esploratore norvegese Roald Engelbregt Gravning Amundsen aveva apprestato.
Era i l Gennaio del 1911, Amundsen aveva appena raggiunto la Piattaforma di Ross dove stabilì il suo campo base e da dove, l’ottobre successivo, sarebbe partito insieme ad altri quattro uomini e quattro slitte trainate da 52 cani, alla volta del Polo Sud.
Se non fosse stato per lui sarei sicuramente morto surgelato!
Venni subito soccorso dai suoi compagni che mi fornirono un adeguato abbigliamento tranne, non so perché, un paio di pinne da sub riscaldate a carbonella.
Rimasi con loro fino a quando partirono alla volta del Polo Sud, con cani e gatti e anche un paio di scimmie di peluche, trasportate con me dal worm-hole (capita di tutto quando si esce da un worm-hole, anche di trovarsi appresso oggetti, animali o caramelle di vari gusti, talvolta già ciucciate da qualcuno).
In effetti non volli seguirli ben conoscendo la storia di quel viaggio avventuroso, 3.000 km senza la possibilità di fare pipì pe’ vedersi congelare il getto fin dentro al lilli d’i’ lallo, tanto pe’ cita’ Marasco.
Devo ammettere che questa fu una delle peggiori vacanze improvvisate della mia vita. Amundsen barava ai Germini (o minchiate fiorentine) mangiando pollo surgelato: giocare a carte con lui era come masticare pemmican col Bostik! Inoltre, il medico del gruppo, che non era uno sprovveduto, aveva imposto a tutti di mangiare carne fresca di pinguino per ridurre il rischio di scorbuto; solo che a me toccava solo quello della De’Longhi. Un po’ duro da masticare.
Che dire della piattaforma di Ross? Se non fosse che non c’era un barbiere a pagarlo oro? La barba mi cresceva incolta e selvaggia incrostandosi di ghiaccio ad ogni respiro, tanto che pensai di spalmarla d’elisir di menta per poi rivendere i ghiaccioli ai pinguini che però rifiutarono sdegnati. Loro preferivano il mirtillo.
Il Polo Sud era a portata di mango, quasi ci si poteva fare una gigantesca granita ma io, già stanco dell’insolita vacanza finii a giocare a tennis con i miei compagni usando le racchette da neve. Fu lì che scattarono la foto che vedete. Quando mancai la palla di neve, o meglio quando la palla attraversò la racchetta e mi si piantò in faccia.
Il resto è leggenda.

(Visited 87 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.