Fiorentina-Lazio per me non sarà mai una partita come le altre.
E non per l’odio che possa provare per i laziali, per Lotito o per Igli Tare. Per Franco Melli o per Suor Paola. Per una squadra che ha pagato 43 milioni di euro Gaizka Mendieta: e quando sulla Gazzetta uscirono le videocassette dei grandi acquisti della stagione 2001/2002, il vhs di Mendieta era una raccolta di soli calci di rigore trasformati.
Ma perché Fiorentina-Lazio è stata la prima volta in cui ho pianto per il calcio.
Era inizio ottobre, era il 1994. Zeman non mi aveva ancora conquistato il cuore, ma sapeva già come far giocare la sua Lazio: nonostante la pioggia intensa, nonostante un’ora abbondante di inferiorità numerica, nonostante l’espulsione del suo miglior difensore, Chamot.
Rui Costa spadroneggiava a centrocampo e Batistuta ci portò in vantaggio. Le occasioni da rete per la Viola, mancate, per chiudere il confronto, arrivarono ad essere davvero troppe. Così, mentre gli impermeabili gialli e viola coloravano gli spalti, io me ne stavo sul divano, sentivo inviati, da Quelli che il calcio e dalla radio, sempre più frastornati, senza più aggettivi per la dose di pallegol sciupate dalla Fiorentina. E quando non ne puoi più di una così lenta agonia, quando non vuoi più soffrire e ti rifiuti di seguire la partita anche da dei racconti, ti affidi ad un’amorfa pagina del televideo, sperando che quel punteggio lampeggiante si stabilizzi: simbolo della fine delle sofferenze.
Ma le notizie terribili arrivano anche dal televideo: 93′ Bergodi. 1-1.
All’ultima azione, di una dannata partita, il difensore centrale di riserva aveva segnato e aveva pareggiato.
Non ero stato capace di soffrire, di patire, di resistere a dei racconti. Non a giocare o quantomeno a guardare: ma non ero riuscito nemmeno ad ascoltare. Così ero stato punito. Quello stramaledetto gol di Bergodi era stato anche colpa mia.
Ho pianto come un bambino. Perché ero un bambino, ma potevo fare di più. Dovevo fare la mia parte: soffrire e resistere.
Niente: né un rigore negato, né una bruciante sconfitta, né un’immeritata espulsione potrà ferirmi più di quel gol di Bergodi. Perché ognuno ha i suoi rimorsi: e io, quel pomeriggio di pioggia intensa, dal mio divano, ho commesso l’errore di non aver voluto né soffrire né resistere.
Quel gol di Bergodi, ce l’ho ancora sulla coscienza.

Il tuffo di Bergodi, di testa, per il pareggio della Lazio. All’ultimo minuto di gioco

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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