civaieOgni cambiamento di città implica problemi di varia natura: logistici, affettivi, pratici, ma quando mi sono trasferito a Firenze dal profondo nord non avevo, avventatamente, preso in considerazione quelli linguistici.

La mia superficiale considerazione che, restando in Italia, avrei trovato la stessa lingua a cui ero abituato dalla nascita si è miseramente scontrata con la realtà di un idioma per certi versi comprensibile ai soli nativi.

Ad esempio, per i fiorentini, alcune insegne di esercizi sono immediatamente comprensibili. Per i forestieri, invece, è necessaria un’opportuna legenda, che permetta di far corrispondere oscuri termini a più consuete professioni. Uno straniero cercherà, con difficoltà, una ferramenta, invece di una assai più diffusa mesticheria; vagherà alla ricerca di un panificio, quando era assai più semplice trovare un comunissimo forno; rischierà l’allagamento in casa nel tentativo di reperire un idraulico, perché non gli sarebbe mai venuto in mente di chiedere di un trombaio; rischierà di morire di fame per mancanza di gastronomie, in una città traboccante di pizzicagnoli; a nulla varrà il suo tentativo estremo di caccia ad un salumiere, dato che non troverà altro che norcini.

Questo per limitarsi all’usanza che hanno gli autoctoni di indicare, con termini che suonano curiosi all’orecchio d’importazione, professioni note, ma la faccenda si complica se ci si spinge sul terreno di professioni pressoché ignote. Fino al mio arrivo a Firenze, tanto per dire, ero completamente all’oscuro dell’esistenza del civaiolo (professione che altrove pare che sia scomparsa più o meno al tempo in cui è stato definitivamente debellato l’assonante virus).

Non si creda erroneamente che il problema linguistico si esaurisca all’ambito meramente lessicale dell’identificazione dell’esercizio commerciale in cui approvvigionarsi, perché una volta faticosamente individuato dove effettuare gli acquisti, anche il dialogo con l’esercente può rappresentare uno scoglio. Lo studio del comportamento degli indigeni, comunque, aiuta l’immigrato a comprendere gli oscuri codici di comunicazione e ad adeguarsi alle strane usanze locali. Se ad esempio al banco salumi del vostro supermercato preferito, dopo aver elencato le vostre necessità, fortunatamente identificabili con termini univocamente comprensibili dai due interlocutori, sentite pronunciare la parola “altro?”, sapete dallo studio antropologico di cui sopra che è un classico dialogo in codice e che dovete rispondere con la seconda parte della parola d’ordine segreta: “altro!”. Il sotterfugio è assai scaltro, perché l’apparente rifiuto del linguaggio logico-consequenziale nel dialogo alla Ionesco, in realtà serve ai fiorentini per smascherare all’istante gli intrusi. Chiunque, ingannato dal significato letterale del termine “altro?”, interpretando che gli è stato chiesto se desidera altro, risponderebbe con improprie espressioni del tipo “no, grazie”, oppure analoghe formule che, però, il fiorentino riconosce al volo come involontaria ammissione di estraneità al luogo. Eminenti linguisti hanno provato a farmi comprendere che alla domanda “altro?” si risponde “altro!” sottintendendo “niente”. Logico; chi non penserebbe di sottintendere la negazione in una risposta? L’incauto forestiero si arrovellerà nel dubbio che anche in altri ambiti di relazione si utilizzi la risposta con negazione sottintesa. Un dialogo tra due amici del tipo “vieni a cena domani sera?” “vengo a cena domani sera” sottintende il “non” nella risposta oppure no? Nel dubbio una scatola di sofficini in freezer tenetela, dovesse presentarsi qualcuno affamato.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.