Noi viviamo a Bellariva da sempre, una zona che mi piace molto e dove ho imparato col tempo a vivere la vita del quartiere, conoscendo abitanti e negozianti. Non è stato difficile perché di sicuro non sono mai passata inosservata, con quattro figli al seguito ed avendo bighellonato anche con un bimbo calvo per la chemio terapia e poco dopo con un altro che sfoggiava in testa uno strano apparecchio attaccato con una calamita. Non amo i centri commerciali né i mega-store dove mi sento un po’ un topo in trappola, mentre frequentare i negozi del quartiere mi diverte molto, mi fermo a chiacchierare con il fornaio, con l’ortolano, vado dal parrucchiere sotto casa, Effige, da 16 lunghi anni. Siamo diventati amici, io e Massimo, coiffeur con la passione della scrittura che mi ha dato da leggere in anteprima il suo secondo romanzo “All’ombra di sé “ed aspetta un parere sincero. Insomma vivo il quartiere alla guisa del mio amico Giovanni, convinta che non ci sia niente di meglio delle relazioni umane, (nonostante qualche delusione). E le persone, così conosciute, sono state partecipi in questi anni della catena di sfortunati eventi che ci ha coinvolti, non sono rimasti indifferenti, accogliendomi sempre con un affettuoso “come andiamo?”. Ha sicuramente giocato un ruolo importante la mia assoluta mancanza di riservatezza in questo campo (io sono convinta che l’unica cosa da tenere nascosta sia un amante) che mi ha portato a dire sempre, con naturalezza, la verità. Quando Cosimo si ammalò di leucemia entrai nel negozio e chiesi a Massimo, che allora conoscevo appena, se era disposto a venire a casa a tagliargli i capelli. Stavano cadendo, e lui, senza anticorpi, non poteva frequentare luoghi affollati e chiusi. Massimo venne e a tutt’oggi, che Cosimo ha 19 anni, è sempre da lui che va, seguito dagli altri. Da quando Emanuele ha cominciato a parlare in modo comprensibile la ragazza della gelateria non gli serve il gelato se non è lui a chiederlo, e piano piano abbiamo vinto la sua vergogna di non parlare correttamente, così adesso entra sicuro ed esce orgoglioso di aver fatto una cosa come tutti. Piccolo passo per noi ma grande passo per lui. Mi sono anche messa d’accordo con Melania, la fornaia, che qualche volta andrà Manu a comprare il pane e di dargli il solito, a prescindere da come lo dirà. E lei mi ha risposto “Vale, non c’è bisogno di dirlo “. Quando mi sono ammalata io, in ultima battuta, e non l’ho nascosto, ho letto il dispiacere sui loro volti ma anche il sollievo quando gli accertamenti rivelavano la progressiva remissione. Feci ad aprile 2013, un anno e mezzo dopo l’esordio di malattia (che è una neoplasia polmonare…) una PET di rivalutazione che rivelò la remissione completa di malattia: quadro nella norma. Per festeggiare ordinai al forno, all’ultimo momento, una torta da portare a lavoro perché anche loro, i miei colleghi, erano stati in ansia. Me la fecero gioiosi, sapendo il perché (facendomela pagare pochissimo). Quando la scartammo, a metà mattina, scoprii che, di spontanea iniziativa, ci avevano scritto su con la cioccolata “in culo!”. Risultato: una bella emozione ed una sonora risata.

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