Anna AsburgoIncontrai Luigi XIV in un giorno di pioggia.
Dove arrivava lui pioveva sempre: per questo, suppongo, fu chiamato Re Sole.

Tutto qui? Macché! Uscii ruzzolando fra rumore di mestoli fuori dal solito wormhole e andai a finire addosso all’uomo alto e dalla folta parrucca (che vedrete nel ritratto in fondo all’articolo), sbattendo con la mia faccia contro la sua! Un impatto spaventoso: io mi ritrovai con il suo volto e lui con il mio!
Ce l’eravamo scambiati grazie ad un effetto di “entanglement” quantistico che non starò a spiegarvi.

Lui s’arrabbiò moltissimo e mi colpii in testa con lo scettro.
Il fatto è che io lo schivai e lui centrò in pieno la sua faccia ora incollata al posto della mia e perciò sentì un gran male! Urlò in un francese settecentesco: L’état, c’est moi!” che tradotto non vuol dire “l’estate sono io” bensì “lo Stato sono io!
Ma in che stato fosse ve lo risparmio.
Anzi no! Luigi XIV era sporco come un minatore appena uscito da una betoniera. E da buon Borbone non fece una piega, piegando però la Francia alla sua concezione di Monarchia assoluta. Pensate che regnò per oltre 70 anni! E sempre con quella parrucca in testa! Gli oppositori si chiedevano se a governare fossero le pulci che aveva nella parrucca (effetto Ratatouille) o lui stesso.
C’era poco da lavarsene le mani! Un’occasione incredibile per cambiare la storia della Francia e forse dell’occidente!
Proposi all’irato Re uno shampoo alle ortiche ma lui rifiutò! Preferiva tenersi le pulci: “Tengono compagnia”, sibilò! E poi cercò di colpirmi di nuovo con lo scettro.

Costui, per governare a lungo ed evitare d’essere defenestrato, aveva imposto alla classe dei notabili, dalla moda delle parrucche e degli abiti “Roi a porter” alla vita dispendiosa, tenendoli così in pugno per debiti. Tentò di dissuadermi allo stesso modo ma io, conoscendo la caducità del mondo mi rifiutai. Questo suscitò in lui una certa ammirazione e così volle prendermi a Corte.
Una volta entrato nelle sue stime, sfruttando l’appartenenza del Re alla dinastia dei Capetingi gli suggerii di tingersi la parrucca color fucsia. Lui non sapendo che colore fosse accettò dopo lunghe trattative, esautorando così il consiglio di reggenza rimasto dopo la morte della madre (la bellissima donna ritratta con il figlio infante nel ritratto all’inizio dell’articolo).
Quando poi vide il risultato dei suoi parrucchieri, s’infuriò così tanto che gli venne la gotta, malattia che lo portò alla morte per gangrena gassosa o gin tonic… non è dato sapere.
Quando vidi che non c’era niente da fare per cambiare il futuro tramite le parrucche, sparii in un altro wormhole lasciando la Storia esattamente com’era.
Prima che io fossi inghiottito dal ponte di Einstein-Rosen lo udii urlare: “Va-te lâche! Je suis le Roi Soleil! Je ne suis pas un savon pour la lessive!” Sì, in effetti non era un sapone per bucato, era il Re Sole.
Che cosa risposi? Ma è semplice! “Je suis Charlie!”
Ma lui non capì. E non solo lui, purtroppo!
Il resto è leggenda.

LUIGI XIV-r
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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.