Il solito worm-hole, ormai ci sarete abituati, mi ha scaraventato dove? Indovinate: nella Firenze Medicea del ‘500!

Ci risiamo! Direte voi: eh sì, mi sa proprio che ci risiamo! Con il buon Michelangelo Buonarroti. Incolpevole Genio dell’arte nostra, vittima delle vie che qui m’han portato. Era il 16 agosto del 1501 quando L’Opera del Duomo di Firenze gli commissionò una grande scultura e io ruzzolai proprio davanti al Maestro, mentre egli era intento a rimirar lo marmo franto e fesso, di bona grana e lucentezza che però già fu sbozzato da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino nel 1476.

– O Icché vi faceste qui messere? A ruzzolar davanti a me vestito in tal mestiere?
Così m’apostrofò l’Artista vedendomi a terra col volto impolverato dal marmo.
Parve ispirato, la mia postura torta, col braccio poggiato alla spalla, il volto vòlto a sinistra l’aveva rapito in chissà quali sbozzi.
Parea ch’egli avesse a pensar di toglier dallo marmo tutto, ciò che non fosse l’opera c’avea in tal modo pensata. E mi squadrò dall’alto in basso con aria assorta, poi in volto scuro così esclamò:
– Ecce topo!
Topo? Che caspita c’entra il topo? Forse avrà voluto dire “topos” (non certo nel senso della “Weltanschauung”), o forse homo, nel senso che, dalla curiosa mia postura seguita alla caduta, egli avesse colto ispirazione per la sua opera più famosa: il Davide!
E così fu in effetti. Egli mi pregò di rimanere in tal posa e disegnò le prime bozze poi, facendosi portar lo marmo in sul cantiere mi costrinse con le bone e le cattive a tener postura, fino a che non l’ebbe scolpito tutto, per mia sciagura.
Quando la statua fu posta in piedistallo, io ebbi a protestar per l’esposura de le mie pudenda violando i patti, e lì facemmo a botte come cani e gatti.
Io gli contestai lo capo troppo grosso e l’organ viril troppo minuto, innaturali entrambi. Lui disse che la testa dovea parer normale se dal basso vista, che la statua era assai alta su le genti. Io insistei almeno sulle pudenda, ch’a ricoprirle m’avrebbe consolato dell’offesa infame. E riprendemmo a scazzottarci da notte a mane.
Ch’Egli fosse invero foco ne la paglia si sapea e non s’appesa: ma io non dimisi mai la mia pretesa! Che si coprisse lo scandaloso augello, di misura errata e di modesto appello.
Ed egli si beffò di me ponendo allo loco, lo mio stendardo rosso, come nella foto.
E nel coprir la pena s’evide ch’è di minor fattura, a sberleffo mio, dalle future genti. Ma non lasciai lo volto in tal figura, ch’io non ebbi mai cotal “misura”.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.