Lo studio universitario è un po’ come la circolazione per targhe alterne. Per tre mesi si frequentano corsi, nei successivi tre si danno esami, e così via per due semestri. Ad un tratto hai un sacco di tempo libero, ed ecco puntuali arrivare la tua coscienza e il tuo senso del dovere, che con voci stridula (la coscienza) e baritonale (il senso del dovere) ti impongono di impiegare meglio un po’ di quel tempo. Senza contare che ci si stanca di sbirciare nel portafoglio della mamma prima di uscire per una pizza… E che diamine, se ho l’età per mangiare alla mensa universitaria (consiglio gli spaghetti olive e funghi, di cui sono l’unica fan in tutta la mensa di Santa Reparata), e per farmi dare del lei dai professori, sarò anche in grado di guadagnarmi 20 euro per una cena!

Ecco che la città si trasforma in una grande agenzia di collocamento: i negozi di quartiere e le scuole vengono tempestati da cartelli di “offresi ripetizioni (sulla materia ci mettiamo d’accordo, voi ditemi cosa vi serve)”. E’ il passa parola il pilastro della ricerca di un lavoro tra i ventenni e poco più, che hanno bisogno di collaborazioni saltuarie compatibili con gli orari delle lezioni. E’ un campo in cui il vezzeggiativo la fa da padrone, e il lavoro, quello che ti permette di mantenerti davvero, diventa il lavoretto che ti dà un assaggio di indipendenza economica. E’ anche per questo che il centro per l’impiego tra i ventenni universitari non va un granché di moda, e si preferisce stampare una manciata di curriculum e fare il giro di pizzerie, pub e negozi sperando che qualcuno abbia bisogno di un galoppino per il fine settimana. Dal basso dei miei non-ancora-24-anni questo è un salto all’indietro, ma ricordo che sono questi i momenti in cui ci si sente più fiduciosi, quando non hai preferenze sul tipo di lavoro e sei pronto a tutto. E il momento che segue la ricerca è quello in cui lo sei meno, fiducioso. Non hai trovato niente, nessuno sembra avere bisogno di te, neanche un giorno a settimana, neanche pagando a nero. Certo, perché lo studente in cerca del lavoretto è una manna dal cielo per il lavoro in stile: ti chiamo se ho bisogno, ti pago quando voglio, se ti fai male problemi tuoi, se non mi servi più amici come prima.

E allora è sabato sera e stai cercando 20 euro nel portafoglio della mamma.

Avevi deciso, per adesso, di fare un tuffo nel precariato. Volevi quel lavoretto di cui tutti parlano, senza troppe garanzie. E come fai a non pensare a cosa succederà dopo questi anni di università, o prima, quando sarai pronto a cercare quello che vuoi davvero, se ora non hai trovato neanche quello che non vuoi? Certe volte, combattere lo sconforto è davvero difficile. Il ‘ma’ che si impone a vent’anni è che è obbligatorio riuscire a farlo.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.