Schermata 2014-12-12 a 19.19.20

 Qualche giorno fa sono andata alle poste. Ho preso il numerino per pagare  la  bolletta della luce e quando ho capito che avrei aspettato molto (trenta  numeri mi precedevano) ho cercato di avvistare un posto libero dove sedermi  e attendere il mio turno.

 Mi siedo accanto a una donna giovane che mi sorride. Prendo il  cellulare dalla  tasca e mi metto a controllare le mail e altre attività che si  addicono all’era  digitale, nel tentativo di far passare più velocemente il      tempo.

La ragazza di fianco a me sentenzia che alle poste ci dovrebbero essere due file distinte: una per i lavoratori, come me e lei, e una per i pensionati. Una che va velocemente e l’altra che può scorrere a passo con la lentezza degli interessati.

Ci siamo messe a scambiare battute su quanto fosse interminabile il tempo che uno passa ad aspettare il proprio turno.

Lei aveva un accento marcatamente meridionale (“prima eravamo noi meridionali ad essere i stranieri in Italia”, scherza lei) e ogni tanto buttava qua e là qualche parola in dialetto impedendomi di capirla, ma per il resto ridevamo delle battute che facevamo, colte da un’improvvisa amicizia.

La giovane donna che avevo conosciuto alle poste era una parrucchiera (“il peggior lavoro del mondo”, dice lei) ed era alle poste per pagare il rinnovo del permesso di soggiorno del suo datore di lavoro, marocchino. Alla vista della cifra che mi ha fatto leggere sul bollettino ho detto che era un prezzo esagerato da far pagare ogni anno, ad ogni rinnovo.

Lei mi guarda, occhi leggermente truccati e una frangia che si muove a ritmo delle sue lamentele, e mi dice che quella cifra va pagata, e meno male che va pagata: “sono ospiti, devono versare i loro contributi”.

Non ero per niente d’accordo, ma lo accenno appena perché poi sento la frase che speravo fosse passata di moda: “gli extracomunitari tolgono il lavoro a noi italiani. Ricevono alloggi nelle case popolari che spetterebbero a noi italiani”. Improvvisamente mi gelo.

Cerco di farle presente che le case popolari spettano a chi è più povero e se vanno ai migranti è in virtù di un punteggio raggiunto in base al reddito e alla composizione del nucleo familiare non certo per un privilegio ricevuto dalla classe politica. L’ingiustizia è che ci siano poche case popolari da dare a chi ne ha bisogno non che le case popolari vadano ai migranti.

“Ci sono sei milioni di stranieri in Italia; una persona su tre non è italiana”, mi dice. Le chiedo dove abbia trovato quei dati (“su internet”, mi risponde), perché mi sembrava una cifra decisamente troppo alta. Ma non sapendo la percentuale esatta mi limito ad esternare la mia perplessità e basta. Ora che ho controllato posso dire che (secondo il Centro Studi e Ricerche IDOS, sulla base del Dossier Statistico Immigrazione 2014 Rapporto Unar) alla fine del 2013, gli stranieri residenti nel paese erano ufficialmente 4.922.085. Cioè circa l’8 % su una popolazione totale di 60.782.668. Siamo sicuri che siano davvero così tanti?

Ad ogni modo, quando mi sono sentita dire quella frase, che “gli italiani non trovano lavoro a causa dei migranti” mi sono trovata a dare totalmente ragione a un articolo di Luca Sappino che avevo letto poco tempo prima sul settimanale “L’Espresso” su una guerra tra poveri e la percezione che si ha degli stranieri.

“Quando c’è scarsità di servizi, la gente esasperata protesta e se la prende con le istituzioni sì, ma più spesso con chi “ruba” il lavoro, le case, gli asili. Non c’è giardino pubblico in cui non si ascolti la lamentela di una mamma contro i migranti perché, con le loro famiglie numerose, «ci passano davanti nelle graduatorie»”, leggo su l’Espresso.

Il punto è proprio questo: la crisi ha provocato una guerra, una competizione tra generazioni, tra generi, tra italiani e non. E probabilmente parte da una radice di razzismo ma è più che altro un conflitto tra poveri, che sfocia nel dare la colpa a chi è più facile darla. Il capro espiatorio sono i migranti, percepiti in misura superiore al reale numero effettivo sul territorio; sono quelli che si lamentano meno per paura di non vedersi rinnovato il permesso; quelli su cui puntare il dito perché sembrano passare avanti all’italiano nella fila per la casa, la scuola, il lavoro.

Falsi messaggi mediatici sui luoghi comuni (mai smentiti in diretta), la povertà nelle periferie, le tensioni sociali che si accumulano da anni e la convivenza con migranti ha fatto sfociare un conflitto irrisolto che sembra aiutare i partiti politici ad accumulare consensi e concedere alle istituzioni di girarsi dall’altra parte, invece di trovare una soluzione a un problema che mette i cittadini gli uni contro gli altri e sembra consentire-tollerare una certa dose di razzismo.

Quando la giovane donna che ho conosciuto finisce il suo turno, prima di andare via mi passa a salutare, convinta e fiera delle sue affermazioni e luoghi comuni.

Pago la mia bolletta, contenta che per una volta non sia esageratamente cara e penso a tutte le persone, come la giovane donna, che credono nella frase “gli stranieri ci rubano il lavoro”, fanno la fila al posto dei datori di lavoro per pagare i loro permessi di soggiorno e si lamentano con me che sono un po’ italiana e un po’ messicana cresciuta a pane e antropologia.

(Immagine ripresa dal video “Gli immigrati ci rubano il lavoro” – The Jackal – Announo)

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Elena Di Bella Manca

Pensatrice a tempo pieno, un po’ italiana, un po’ messicana.
Mi piace scrivere attraverso il giornalismo gonzo: a metà tra narrativa e giornalismo.
Immergersi nell’articolo, entrarci e viverlo di persona. Per capirlo, per approfondirlo. Perché tutto inizia con una storia.