E qui ci casca l’asino! Un saccente americano che ha l’ardire di parlare di Dante e di Firenze? Della mia Firenze? Bene, con lo spirito censorio che potete immaginare, mi sono avvicinato perciò a questo libro con tutti i pregiudizi possibili e ne ho ricavato quanto segue.

Classica storia alla Dan Brown: mistero, giallo e i buoni perennemente in fuga inseguiti dai cattivi; anche stavolta il contesto geografico è accattivante, con il primo terzo di libro che si sviluppa a Firenze, la seconda parte a Venezia e il finale a Istanbul. Buona l’idea di una pandemia genetica, meno buona, invece, l’immancabile “sparata” etico-moralista sulla progressione demografica del pianeta. Il finale aperto, al contrario, è meno banale di quello che mi aspettassi.

Le note dolenti iniziano con una ridondante, posticcia e molto ruffiana descrizione di Firenze che, se può colpire il pubblico yankee, magari invogliato a far presto un salto nella città del giglio, per noi indigeni risulta essere molto mielosa e un po’ inutile. Ci sono i soliti stereotipi italiani, tipo spaghetti e mandolino, che oramai non si possono più sentire. Le parti descrittive geografiche, seppur corrette, sembrano sempre molto vicine ad uno spot pubblicitario di un’agenzia di viaggio. I personaggi del racconto, se si prescinde dal protagonista direi sempre abbastanza equilibrato, sono troppo caricaturali e scadono spesso in cliché già visti.

Però… insomma… alla fine… si legge con piacere… Sì, perché, sebbene la scrittura non sia letteratura assoluta, non certo Dante per intendersi, la sua semplicità e il ritmo reggono bene. I salti di piano, nel plot, sono giusti e ben cadenzati; la miscela fra racconto immaginario, citazioni storiche e citazioni letterarie, conquista e indubbiamente “prende”. Le “americanate” sono, grazie al cielo, ridotte al minimo (vedi la chiusa del libro con la parola “stelle”, che Dante lo perdoni…). Alla fine, benché faccia capolino l’idea di una storia pensata per essere venduta, traspare una certa passione vera da parte dello scrittore.

Salvo il libro proprio perché non è, a mio giudizio, scritto con l’intento di dire – oh quanto sono bravo, oh come scrivo bene! – e quindi, distesi sulla spiaggia, al tramonto, senza doversi lambiccare troppo il cervello, in fondo, lo si può leggere.

Edizione commentata

Dan Brown, Inferno, Mondadori, Milano, 2013

(Visited 72 time, 2 visit today)
Share

Dicci la tua

Filippo Papini

Nato a Firenze (qualche tempo fa) dove vive e lavora. Laureato in Lettere, ha pubblicato i testi teatrali Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, La danzatrice dal ventaglio nero, È quasi ora, Le perdute parole; un poliziesco Giallo mare; una raccolta di poesie Osè e una serie di articoli per riviste di nautica. Nel 2011 ha contribuito alla nascita dell’associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it