Il mio amico Giovanni aveva scritto che “ci si innamora di chi si innamora“. Anche in ambito calcistico. Perché puoi essere affascinato dai colpi di tacco e dai colpi di reni, da colpi di classe e dai colpi di genio. Ma i colpi di fulmine ti portano ad amare senza motivo; o forse per cause ben precise, ma totalmente illogiche ed inspiegabili.

Così, quel sabato sera di quasi tre anni fa, mi innamorai di lui. Me ne innamorai calcisticamente perché era illogico. Perché non aveva un minimo senso ciò che aveva fatto: perché aveva dilapidato scelleratamente una straordinaria occasione da rete. Perché poteva crossare, farci segnare, correre sotto la curva ed entrare nel cuore dei tifosi. Ma scelse la gloria estetica: un numero da circo che se fosse riuscito lo avrebbe catapultato nell’Olimpo del calcio. Ed invece…

Invece inciampò, su quel suo tentativo maldestro di rabona. Quando avevamo bisogno come l’ossigeno di una vittoria contro la Roma ed i minuti sul cronometro stavano segnando la fine della partita. Mancò il pallone e mancò la gloria. Centrò gli insulti di uno stadio intero.

Adoro la Ýbris, la tracotanza del pallone talmente illogica ed inetta da farti odiare dai tuoi tifosi e da farti deridere dagli avversari. La adoro perché è così: perché “ci si innamora di chi ci si innamora”. 

Mati “Mowgli” Fernandez. Foto da goal.com

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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