20150727_122109Ha cominciato dicendomi:“Non sei niente, solo una goccia, un puntino trasparente, un guizzo di dolore”.

Ed è vero. Io non sono niente. Solo una premessa che ha preso il via da una azione ignobile commessa da quello che biologicamente è mio padre.

“Non voglio che tu nasca, perché se fossi in te non vorrei venire alla luce con i geni di una persona così” mi ha detto ancora. Mi ha spiegato che quella notte lei non voleva, ma lui sì, e siccome lui era il più forte ha vinto lui, “ma non è così che si può venire al mondo”.

E così oggi ho saputo che non nascerò.

Lei lo ha deciso anche per quello che è successo in questi giorni a Firenze: una sentenza di assoluzione nei confronti di alcuni “uomini” che una donna coraggiosa aveva deciso di denunciare. Ha deciso risolutamente che io non sarei nata perché mi ha pensata femmina, mi ha “sentita” femmina e ha immaginato che anche io, un giorno, avrei potuto essere l’oggetto di persone violente prima, e di una giustizia violenta, dopo.

Una giustizia in mano a “qualcuno” che può decidere sul dolore di una sera, giudicandolo non abbastanza profondo e acuto da giustificare una punizione verso chi, con violenza, l’ha provocato, anzi permettendosi di giudicarlo un “non dolore”, ma un “quasi consenso” e quindi non punibile per la giustizia degli uomini.

Quando le è capitato, mia madre ha deciso di non percorrere il calvario dell’ umiliazione pubblica, e anziché correre dalle autorità, si è tenuta tutto per sé. Con il suo dolore chiuso a chiave nel suo corpo martoriato ha fin da subito provato a dimenticare, ad andare avanti, senza riuscire però a scacciare la paura che le è rimasta dentro, abbarbicata come una un’edera maligna che ogni giorno le ha succhiato via un po’ di linfa.

È dopo molti giorni di questo dolore che ha saputo che c’ero.

All’inizio non ci ha voluto credere, non voleva pensare che il destino maligno avesse ancora tanto desiderio di accanirsi contro di lei e ha rimandato, taciuto: voleva a tutti costi credere che io fossi un errore, che non esistessi.

Poi oggi si è arresa, e mi ha parlato.

Ha capito che ci sono, che esisto, anche se “non sono ancora niente”.

Da allora non ha smesso un attimo di parlarmi, mi ha detto che avrebbe voluto diventare mamma, ma mi ha spiegato: “una mamma accoglie, accompagna, sospira, aspetta, gioisce… e con te non mi sarebbe possibile, potrei forse esserti madre generandoti, ma mai mamma”. “Ecco”, mi ha detto ancora: “io ti ho concepita contro la mia volontà, senza sospiri di bellezza, ti ho avuta con la forza e sarà ancora la forza a strapparti via da me”.

È così oggi, io, che “non sono ancora niente”, ho saputo che non nascerò.

Ho saputo che mia madre, anzi mia mamma, da donna coraggiosa, ha deciso questo per me e io, pur non essendo ancora niente, capisco la sua scelta, capisco che non posso vedere la mia luce perché qualcuno quella sera, con violenza, ha spento la sua.

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Sabrina Sezzani

Da lettrice appassionata a scrittrice per passione: Fiorentina DOC lavoro per vivere ma scrivo per divertimento; la mia passione è raccontare storie di donne,e quindi, naturalmente, anche degli uomini con cui hanno a che fare…