… scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà, quel naso triste da italiano allegro.

Così scriveva e cantava molti anni fa Paolo Conte, rendendo omaggio a Gino Bartali. Questʼanno, esattamente il 18 luglio, Ginettaccio (come era affettuosamente soprannominato) avrebbe compiuto 100 anni. Invece se nʼè andato il 5 maggio del 2000, lo stesso giorno di Napoleone. Quando si dice il destino!
Era nato a Ponte a Ema, estremo lembo del comune di Firenze prima di Bagno a Ripoli. E a Ponte a Ema, in via Chiantigiana, ci sono unʼassociazione che porta il suo nome e un museo a lui dedicato. Perché lʼaffetto per questo campione è ancora immutato, nonostante siano passati tanti anni dalle sue vittorie. Quel naso inconfondibile, che Conte ha magnificamente stilizzato, si erge quasi a simbolo dei pochi fiorentini DOC che nello sport, al di là dellʼonnipresente calcio, hanno fatto grande la nostra città. Ricordiamo a braccio Gianni De Magistris, indimenticabile campione della pallanuoto e argento olimpico, e Andrea Benelli, oro nel tiro a volo alle olimpiadi di Atene.
Rispetto a loro, la figura di Bartali assume però i contorni del mito, se non altro perché il suo mondo era quello del ciclismo eroico (e polveroso) degli anni ʼ40-ʼ50 del secolo scorso. Un ciclismo fatto di campionissimi che correvano con i copertoni avvolti intorno al collo. Hai visto mai una foratura…e allora non c’erano ammiraglie e meccanici al seguito.
Insomma a cento anni dalla sua nascita, Bartali è più vivo che mai. Tanto che ancora tra gli appassionati (quelli che li hanno visti correre però cominciano a scarseggiare) fervono le discussioni su chi sia stato più grande fra lui e Coppi. E non dimenticheremo tanto facilmente neanche quel suo vocione rauco che sentenzia “Lʼè tutto sbagliato, lʼè tutto da rifare”. Come non dimenticheremo tanto facilmente il ritornello di Paolo Conte: “Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali…”.
Già, ma quanta strada ha fatto Bartali?

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.