La sera del 22 luglio al Teatro Romano di Fiesole è andata nuovamente in scena la nostalgia; a due settimane di distanza dal concerto degli America è salito sul palco uno dei più raffinati interpreti degli anni ottanta: Joe Jackson.

Emblematicamente battezzato “Four Decades”, il tour che Joe Jacson sta portando in giro per il mondo permette di riascoltare le perle della sua attività discografica che, per l’appunto, ha attraversato gli ultimi quattro decenni e che è ben lungi dal concludersi, dato che proprio ad inizio 2019 Jackson ha pubblicato Fool, un album che dimostra come la sua vena creativa non si sia esaurita e come il suo stile si conservi sempre attuale.

Ad essere fiscali bisognerebbe far notare che i decenni di attività sono quattro, ma che le decadi attraversate da Joe Jackson sono in realtà cinque, perché il suo primo disco, Look Sharp, venne pubblicato esattamente quarant’anni proprio alla fine degli anni settanta. Quel disco fu l’inizio di un’intensa attività che lo vide sfornare album in rapida sequenza, fino ad arrivare al successo planetario di Night And Day del 1982, che rappresenta forse l’apice creativo della sua carriera, nonché uno dei migliori album di tutti gli anni ottanta.

Decisamente un artista eclettico, dato che in quarant’anni ha spaziato tra i più disparati generi musicali dalla new wave al swing, dal jazz al rock, dal pop alla classica, incidendo una trentina di album (senza considerare le sue digressioni verso altre forme artistiche, avendo anche raccolto un certo successo come scrittore).

Jackson si è presentato sul palco del Teatro Romano sicuramente imbiancato e invecchiato rispetto a come molti del pubblico lo ricordavano, ma in una forma invidiabile per un signore ormai maturo (compirà 65 anni il prossimo 11 agosto).

Ad accompagnarlo i fidi compagni di viaggio con cui ha realizzato anche l’ultimo disco: Teddy Kumpel alla chitarra, Graham Maby al basso e Doug Yowell alla batteria.

La scaletta ha coperto l’intero ciclo artistico di JJ, anche se con equilibri non certo paritetici. La parte del leone l’hanno fatta i successi degli anni ottanta e i brani dell’ultimo album, che tra l’altro è stato piacevole scoprire come ben si sposino con i grandi cavalli di battaglia. La serata, però, ha avuto intoppi tecnici che l’hanno rovinata. A circa due terzi del concerto, proprio all’inizio di You Cant’ Get What You Want, c’è stato un black out, che nel giro di un quarto d’ora è stato risolto dai tecnici. Jackson e compagni hanno ricominciato a suonare, ma con qualche perplessità sulla funzionalità dell’impianto, che infatti li ha lasciati nuovamente in panne sul penultimo bis.

Nei primi anni della sua carriera Joe Jackson ha dato il meglio di sé con uno stile romantico, aristocratico e raffinato che gli ha permesso di creare una forte identità come compositore e come esecutore. Negli anni successivi ha più volte provato ad allontanarsi da questo stile per abbracciare altri generi e altre tendenze, ma sempre producendo il meglio quando tornava alle origini. Dopo quarant’anni di dischi, uno degli album più riusciti degli ultimi lustri è proprio Fool, che più lo ha riavvicinato al Joe Jackson degli inizi.

E lui lo sa.

Per questo forse ha scelto di aprire e chiudere i concerti di questo tour con lo stesso brano, la suggestiva Alchemy, in una emblematica sintesi della ciclicità della sua vita artistica.

Purtroppo a Fiesole, per i problemi di cui sopra, è mancata questa conclusione fortemente simbolica e Jackson, visibilmente contrariato, ha dovuto interrompere definitivamente la sua esibizione proprio immediatamente prima di concluderla con il brano di apertura.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.