di Nicola Mazzanti

Idea: trasformare il Comunale, la casa del Maggio, in un gigantesco, enorme centro sociale, pieno di cani, di ubriaconi, di poeti incompresi e ufologi dilettanti. Così, giusto per far andare di traverso lo spumantino a voi pomposissime mummie. Pre­parerò i letti, imbandirò la tavola e loro verranno, strisciando fuori da sotto i ponti, scrollandosi di dosso vecchi giornali. Tutta quella feccia che vorreste nascondere e che sotto sotto vi terrorizza. Sarà il mio personale vaffanculo, nero tumore annidato nel cuore stesso della vostra città museo, colmo di sbandati brutti, sporchi e anche un po’ molto incazzati. Ognuno con una storia scolpita nel volto rugoso, nelle mani callose, incisa nei denti spezzati e nei vestiti a brandelli. Un rifugio per gli sconfitti dalla vita, i disadattati della città cartolina, crogiuolo multicolore di incomprensione, anticonformismo dolente e morbosa autocommiserazione. Un ventre caldo e rassicu­rante che accolga i… Pausa: sto parlando di me! Sono io il disadattato, io lo sbandato.
Pazzesco, settanta milioni in tasca e ancora non riesco a spremermi dal culo un po’ di sano ottimismo. Ci vuole più coraggio, più incoscienza: trasformerò il Comunale in un santuario delle arti! Una Graceland piena di sognatori e guitti di talento! Sì! Uno spazio nuovo pulsante di vita, tela bianca su cui imprigionare i propri demoni, labo­ratorio arcano in cui incanalare le proprie fobie, distillare cupi impulsi autodistrut­tivi fino a farne pura luce. Accorrete, pittori squattrinati, danzatori bulgari, graffitari dal volto coperto, AMMAESTRATORI ERRANTI DI PULCI! Venite, tutti assieme, tutti uniti, perché siamo tutti fulgide emanazioni della divina umana essenza! In­sieme creeremo una nuova Arcadia, sfavillante di genio, pregna di lussureggianti e lussuriose possibilità nella sua virginale purezza!
“Lussuriose e lussureggianti”… E’ merda. Pura, baroccheggiante, verbosissima mer­da. Al solito, finisci a rotolarti nella tua diarrea verbale come una grassa, grugnente scrofa. Che poi, è un po’ il destino di questi progetti pseudo hippie, molto yeah: au­tocompiacersi, tagliar fuori il mondo esterno per perpetuare l’effimera illusione della propria unicità… E, di nuovo, parlo di me. Bah!
“Voglio fare il gentiluomo!” Tuona il paffuto Leporello sul palco.
“E non voglio più servir
no non voglio più servir”.
E bravo il mio panzerotto! “Volere è potere”, “Kai zen” e tutte le minchiate dei corsi di self improvement. Solo che non è così facile, pigrizia e indecisione sono due bestie mica da ridere, per me come per Firenze. Sì, dovrei andare a correre… Domani, do­mani lo faccio! E studierò, Dio come studierò domani! Tagliarmi i capelli? E se poi mi stanno male? La loggia di Isozaki? Mah, forse. La Tramvia? Parliamone, ma accanto al Duomo no, eh!
Sai quante storie mi farebbero per un centro sociale legalizzato, qualcosa di perma­nente, che non possa essere cancellato con qualche celerino e un buon fabbro?
Il cambiamento spaventa, è incertezza, ovvio si cerchi di evitarlo. Ma poi, un giorno, rileggi i voti del liceo e ti chiedi perché non hai fatto domanda di ammissione a Ox­ford; vedi Parigi e resti a bocca aperta davanti al Centre Pompidou.
Il cambiamento spaventa, è rischio, ovvio che si cerchi di pianificarlo, di soffocarlo sotto infiniti ragionamenti. Ma poi, un giorno, ti scuoti e ti chiedi dove siano finite le mille possibilità che avevi; leggi della chiusura di Seves e Ginori, e ti chiedi dove sia finito il benessere. Paradossalmente, il successo passato è un ostacolo, ti ossessiona, ghigna sprezzante dal piedistallo su cui lo hai posto, e divora ogni tuo slancio creati­vo, ogni tuo tentativo di reinvenzione, spingendoti verso una triste sorta di manieri­smo, un placido riproporre ciò che, per un anno o per un secolo, ti ha distinto, ti ha reso speciale. In fondo, vuoi mettere con quell’ignorante di Paolo? In fondo, sempre meglio di Prato siamo! Solo che Paolo adesso si è messo in proprio come geometra; solo che Prato, fra mille contraddizioni, si è aperta e sta cambiando. Io, che sto facen­do? E Firenze?
“Ehi? Oh ma stai bene? Hai una faccia!” fa lei.
Mi volto, la guardo.
Il cambiamento spaventa.
Potremmo restare così in eterno, confortati da un rapporto meravigliosamente soli­do e terribilmente immutabile. In fondo, quale destino più adatto per due autentici figli di Firenze la bella, Firenze la città d’arte, Firenze l’eterna succube di un enorme passato? Sorride, mi sfiora, e d’improvviso mi scopro a fissarle le labbra, e reprimere il desiderio di spettinarle i capelli. La fisso, sgomento San Paolo davanti a un Dio grande e peccaminoso, mentre lei continua:
“Adesso è bellissimo, ascolta:
là ci darem la mano
là mi dirai di sì
lailalalà”
Canticchia felice, dimentica degli sguardi severi che la circondano. “Che bello che bello! Le sta chiedendo di sposarlo! Cioè, in realtà vuol solo scoparsela, però è ro­mantico lo stesso, no? Così deciso, così sicuro! Ogni donna sogna un Don Giovanni”.
Già, decisione e sicurezza, “volere è potere”, “kai zen”… Che non siano minchiate? Forse l’unico problema di Firenze è trovare la forza di cambiare. Forse mi basterà un po’ di coraggio per trovare un angolo di città che sia solo nostro, lontano da turisti e tassì, in cui sfoggiare il mio scarno repertorio operistico per strapparle una risata e un assaggio di futuro, un seme di novità. Il resto dello spettacolo scivola via, mentre soppeso coraggio e paure, incerto sul baratro del cambiamento.
Ormai in strada, mi sale alle labbra la risposta di Zerlina alle avanches di don Gio­vanni, perfetta sintesi della situazione mia e della città:
“Vorrei e non vorrei
mi trema un poco il cuore
felice è ver sarei
ma può ingannarmi ancor”.

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