Ve lo ricordate King Kong? Ma sì, lo scimmione gigantesco che si arrampicava sui grattacieli di una New York degli anni 30 con in mano una bella donna?
Ebbene dovete sapere che la causa di quel mito sono io! Sì, proprio io! Cioè è colpa mia…
Vi spiego: uscendo per l’ennesima volta dal solito worm-hole non sono finito nel bel mezzo di un esperimento segreto voluto da scienziati scriteriati come nel film Jurassic Park e nemmeno sull’isola del Teschio come nel film di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedstack!
Sapete invece dove sono finito? Ma proprio qui in questo dannato racconto!
E precipitando da una certa altezza ho sbattuto la faccia contro un gigantesco gorilla che si stava sollazzando spremendo come un mandarino una bella e bionda fanciulla seminuda.
Nell’impatto, la mia faccia si è “tatuata” sulla sua (come da foto) e il povero bestione, vistosi riflesso negli occhi della fanciulla spaventata, per l’orrore si è lanciato nel vuoto (o forse è scivolato su una gigantesca buccia di banana da tre tonnellate) e nel scivolare è finito proprio nel worm-hole dove è sparito urlando (o forse a urlare era la ragazza che teneva stretta in pugno).
Insomma li ho visti sparire nel ponte di Einstein-Rosen e non ne ho saputo più nulla fino a oggi.
Dicono che sia riapparso nel 1933 e, spaventato dallo Zeitgeist di una America gangsteristica post crisi del ’29, King Kong si arrampicò sull’Empire State Building minacciando sfracelli.
Abbattuto da biplani armati con mitragliatrici a ceci lessi, cadde sul set di un film di Batman schiacciando il protagonista con la sua mole: dal corpo schiacciato al suolo del povero Batman fu tratto il simbolo stesso del famoso supereroe, quel simbolo che oggi campeggia sul suo costume.
La tragica fine di Batman ridotto ad adesivo per t-shirt scatenò i sequel e prequel di entrambi i film.
La morte del povero King Kong che nel frattempo aveva messo in salvo la bella fanciulla inspirò a Dostoevskij la celebre frase pronunciata dal principe Miškin: “La bellezza salverà il mondo”.
Sì, pole anche essere…
Il resto è leggenda.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.