(dedicato a Francesca)

Tengo la rotta guidata da due insegnamenti, dai quali non mi discosto più, che mi sono stati suggeriti da due medici che hanno avuto in cura Cosimo ed Emanuele.

Cosimo si ammalò di Leucemia a 4 anni ed io, allora onnipresente come tutte le madri, mi calai perfettamente nel ruolo di eroina “soloiosocosaèbeneperlui” e decisi che non lo avrei lasciato un momento, se non il tempo strettamente necessario; io avrei fatto tutto: medicazioni, iniezioni, notti e giorni in ospedale, nel pieno convincimento che “lui vuole solo me”. Questo atteggiamento, riconosciamolo, è la pecca più grossa di quasi tutte noi: vogliamo presenziare in toto, dal cibo ai compiti, salvo poi esplodere e lamentarsi di non farcela più. Parlando dei nostri figli usiamo il noi: noi abbiamo nuoto, noi dobbiamo fare i compiti, noi abbiamo il saggio di danza. Noi,  non lui o lei, ed io allora non facevo differenza. Ma con una malattia cosi è un’altra cosa, perciò dopo una settimana di ospedale giorno e notte, ne uscivo solo per cambiarmi o dedicare 2 ore a Davide, il mio secondo figlio. Mi ero trasformata in una specie di Zombie, smagrita, slavata e con la faccia plissettata dalla mancanza di sonno. Ma ero una supermamma e non volevo mollare!
Una mattina, in questo stato, vado a prendere un caffè al chiosco di fronte al Meyer e ci trovo la pediatra che ha in cura Cosimo, la dott.ssa Alma Lippi, un donnino minuto e severo, che mi incute anche un po’ di timore… Lei, dopo avermi squadrato da capo a piedi, mi dice: “Signora, lei deve tracciare una riga e dire: io arrivo fino a qui, il resto o lo fa un altro o rimane da fare”. Una rivelazione:  ho tracciato la riga, un solco direi, e sono rinata, smettendo di fare una buona parte delle cose che mi ero assegnate in carico, lasciandole ad altri. Non ho imparato a fare le iniezioni, a tutt’oggi non cucino e non faccio la spesa, compiti delegati ad Andrea, marito e bravo cuoco, con aggiunta di altri.

La seconda lezione me la diede il dott. Losco, Daniele, straordinario neuropsichiatra infantile dell’ASL, che ho conosciuto con Emanuele. Al primo colloquio che ebbi con lui, a Villa Basilewsky, dopo avergli raccontato la lacrimosa storia familiare, mi disse serio serio: “Emanuele un handicap lo ha già, non diventi lei il suo secondo handicap”. Che voleva dire: lo lasci andare, lo guidi verso l’autonomia, non gli si sostituisca nelle scelte e negli errori, non lo soffochi di attenzioni. Difficilissimo ma necessario perché non si impara dagli errori degli altri, ma solo dai nostri. Io mi sono sforzata di farlo, ed attuando questi due principi ho trovato il tempo per me senza sensi di colpa, anche lontano dai figli che a propria volta, altrimenti, mi avrebbero schiacciato.

Per dirla con le parole del dott. Losco “non sono un ostaggio in mano loro”. Dimenticavo: non so neanche mettere carburante ai distributori automatici… Pensaci, Francesca!

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