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La bicicletta può avere due scopi: mezzo per raggiungere un luogo che hai in precedenza stabilito, o strumento di svago per vivere in pieno ciò che ci circonda, con quel senso di libertà unico. È proprio in quest’ultimo modo che lunedì pomeriggio sono salito in sella alla mia mountain bike. Senza una meta precisa, seguivo quello che catturava occhi e sensi. Così mi sono ritrovato al ponte rosso e, salendo la via Bolognese, sulla sinistra saluto Giunti Editore e continuo a pedalare, fino a quando giungo a una delle più belle pendenze che un ciclista può sognare di percorrere: quella che giunge alla via Faentina. Il vento sembra quasi attraversare il mio corpo invaso dall’adrenalina; peccato il semaforo, posto alla fine della discesa, che pone termine all’evento. Svolto a sinistra lungo la Faentina e Firenze fa cadere i mattoni delle sue abitazioni lasciando spazio al verde costeggiato da rocciosa montagna. Si alternano salite a piani e discese, mentre il treno scorre alla mia destra. Lungo la strada dopo un chilometro circa scorgo incuriosito, dall’altra parte della carreggiata un viottolo sterrato che si addentra sotto il livello del manto stradale e così lo seguo. Lo sterrato scaturisce in me un godimento pari a quello che si ha infilando un dito nel vasetto della nutella. Terminata la discesa ciottolosa, sento lo scorrere di un torrente e alzando gli occhi la vedo:- la casa dei miei sogni-. Un misto tra la casetta di Hansel e Gretel e quella di Cappuccetto rosso, tutto circondato da una stupenda montagna rocciosa, alberi e fiori. Una vera casa con le tegole sopra il tetto, finestre e porte di legno con archi fatti a mattoni, tutta circondata da una piccola staccionata. Stropiccio gli occhi per capire se sono in un sogno; l’odore intenso di pioppi, abeti e l’energia imponente della roccia fanno da sfondo alla costruzione. Il rumore del passaggio delle auto sopra la strada è azzerato; ho perso l’orientamento e la mia fantasia comincia a viaggiare. Così m’immagino a pescare nel corso d’acqua come Sampei –pescatore grande orecchie a sventola-, a tentare l’arrampicata della parete rocciosa, ad accendere il camino la sera, tutto a due passi dal centro della città. L’inesorabile galoppata della mia immaginazione è interrotta da una signora che affacciandosi alla finestra della “mia” casa, dice: “Serve qualcosa giovine, questa è proprietà privata”. Quelle parole come la puntina rotta di un giradischi graffia la mia anima strappandomi via dal sogno ad occhi aperti.
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