Se fossimo stati gli organizzatori della Firenze Marathon, l’avremmo fatta partire dal Ponte all’Indiano. Perché è il punto della nostra città più simile a quello da cui parte la maratona di New York. Chi non ha visto quelle immagini quasi surreali delle migliaia di persone che una domenica di tardo autunno si strizzano sul Verrazzano Narrows Bridge solo per poter dire “c’ero anch’io”? Quel formicaio umano, quel brulicare incessante, rappresentano l’emblema stesso della corsa. Molto più delle immagini dell’arrivo del vincitore e della vincitrice: quelle figurine viste dall’alto rappresentano l’essenza stessa della maratona più famosa e più celebrata del mondo.

Chi c’è stato ha raccontato che il momento più emozionante è proprio quello della partenza. Non riesci quasi a muoverti, sei imprigionato dalla folla, sei sul punto di avere una crisi acuta. Panico claustrofobico, ma sai che quel ponte, in quel momento, rappresenta il centro del mondo. È il centro del mondo. Che importa se poi gli ultimi riusciranno a districarsi dopo un bel po’, cominciando a correre quando i primi sono già a metà strada. I terrestri sono lì, sul ponte, i marziani sulla linea del traguardo.

Ecco perché Firenze dovrebbe copiare la Grande Mela. Il numero dei partecipanti alla nostra corsa è molto inferiore, ma anche il nostro ponte è molto più corto del loro.  Però la vista dall’alto sarebbe la stessa. E poi loro finiscono in Central Park che, per quanto bello, è pur sempre “soltanto” un parco. Non certo paragonabile alla bellezza austera e maestosa di Piazza Santa Croce. Insomma per entrare nel novero delle maratone più famose del mondo basterebbe poco. Un ponte. Che noi, per fortuna, non dobbiamo nemmeno fare la fatica di costruire.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.