Sull’erba dell’Olimpico si è giocata Torino-Sampdoria.
Probabilmente non sarà mai una sfida come tutte le altre quella tra granata e blucerchiati. Non per la storia e non per precedenti illustri sul campo, ma per quello che successe qualche ora dopo il match tra queste due squadre, ormai 48 anni fa, il 15 ottobre del 1967. Anche allora era la quarta giornata di serie A e anche allora vinse il Toro.
L’emozione scorre veloce sui binari dei ricordi e quasi mezzo secolo non può riuscire a placare la tristezza che vive dentro di noi, nel rievocare quell’avvenimento: perché, anche se l’abbiamo visto solo nei filmati d’epoca, in uno sbiadito bianco e nero, Gigi Meroni rimane un’icona, un punto di riferimento. Un calciatore che era molto più di un giocatore: dribbling ubriacanti e galline al guinzaglio, la vita in un piccolo appartamento in centro e l’estrosità che si rifletteva negli abiti da lui stesso disegnati. Folti baffi e capelli lunghi, nonostante il commissario tecnico della Nazionale lo avesse intimato di tagliarli, per essere convocato.
Gigi Meroni perse la vita qualche ora dopo quel Torino-Sampdoria, investito da un’auto, proprio sotto casa. Un’auto guidata – tragico gioco del destino – da un suo grande fan. Un ragazzo che lo idolatrava, che in camera aveva il suo poster e che, trentatré anni dopo, sarebbe diventato Presidente proprio del Torino: Attilio Romero.
Perché tutta la storia di Meroni è un continuo rimandare a segni e premonizioni, fin dal suo nome e cognome: quasi omonimo di Pier Luigi Meroni, primo pilota di quell’aereo che, il 4 marzo del ’49, stava trasportando il Grande Torino e che si schiantò sulla collina di Superga.
Una storia di amore: per la sua fidanzata Cristiana, per la pittura, per il colore granata. Un ragazzo che doveva passare all’odiata Juventus e per il quale – per evitare questo atroce trasferimento – si mobilitò tutto un popolo, quello Torinista. Un ragazzo amato da tutti, di cui non ci si poteva non innamorare: per i suoi dribbling, per i suoi vestiti, per il suo modo di intendere la vita.
Perché forse oggi manca proprio questo: un giocatore che incarni i nostri ideali, di bellezza sul campo e di gioia fuori dal terreno di gioco. Di estrosità. Senza scadere in cliché, con una genuina voglia di divertire e divertirsi.
E forse la grandezza di Meroni sta proprio qui, nell’essere scomparso prematuramente, nel cuore dei suoi anni e del suo gioco: rimanendo un’icona del calcio, come vorremmo che fosse.

meroni

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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