Diciamoci la verità, questa cosa della fuga di cervelli fa comodo più che altro a voi, che restate, così potete continuare a credere di vivere nel paese di Leonardo Da Vinci, Dante e Manzoni, in un paese che produce geni, artisti, scienziati, intellettuali in grado di cambiare le sorti del mondo, ma ovviamente non quello del paese in cui sono nati e quindi se ne vanno e leggendo delle loro avventure sui giornali italici vi sentite orgogliosi come il papà che manda il figlio a fare il provino all’Inter, quasi come se un po’ del merito del loro successo sia anche vostro.

Eppure mai vi siete sognati di chiamare cervelli in fuga le insegnanti, professoresse, laureate di ogni settore e provenienza che sono venute in Italia a fare le badanti ai vostri vecchi, mai vi siete sognati di chiamare cervelli in fuga dottori, architetti, poeti, scrittori venuti in Italia a fare pizzaioli, muratori, raccoglitori di arance.

Loro no, sono solo un’orda di immigrati. Senza cervello. Senza sguardo o anima. Un esercito di zombie. Solo braccia e fame. Gente da cui difendersi, gente a cui sbarrare l’ingresso.

E allora pur di non vederci allo specchio guardando chi prima di noi è fuggito dal suo paese ci inventiamo i cervelli in fuga, scriviamo del giovane  simpatico, laureato ed incompreso che se ne va in Lapponia a sviluppare una app per contare le pecore prima di andare a letto e facciamo finta di non vedere che la maggior parte di coloro che se ne va, con o senza laurea, se ne va semplicemente alla ricerca di una vita normale, un lavoro, una casa, una famiglia, la dignità. La possibilità di farcela da soli senza pesare sulle rispettive famiglie e senza vivere di espedienti in patria.

Certo ci sono i fenomeni, le eccezioni, ma è davvero con quelle che si può pretendere di raccontare il periodo storico che il paese da dove fuggirebbero i cervelli sta attraversando? Non ci si dimentica per caso che il mercato delle idee è sempre stato internazionale? Chi fa ricerca scientifica, intellettuale, chi fa arte ha sempre avuto e sempre avrà come riferimento orizzonti più ampi dei propri confini nazionali, è già pronto ed attrezzato a viaggiare, lo ha già fatto e lo farà di nuovo. Chi ha studiato fino alla laurea sa o dovrebbe sapere già una o più lingue straniere. Ci dovremmo stupire che siano i primi a partire? Ci dovremmo stupire di più se un ingegnere informatico si trasferisce nella Silicon Valley invece che se un pizzaiolo se ne va a Berlino? Perché?

Non capisco. Ci si preoccupa della fuga dei cervelli e non ci rende conto che è già fuggito tutto il resto. Solo a Londra si stima siano circa 250.000 gli italiani, 500.000 in tutto il Regno Unito. Ci si può anche autoconvincere che siano tutti dei gran cervelloni, che tutti e 500.000 occupino i gradini più alti della scala sociale inglese, che tutti svolgano le mansioni più ambite, che siano tutti musicisti, scienziati, economisti, astronauti e supereroi. Oppure si può più realisticamente ammettere che quasi tutti svolgono professioni normali, impiegati, autisti, camerieri, cuochi, baristi, commessi, insegnanti, infermieri. Professioni che pur essendo normali non potevano svolgere in patria. È questo che dovrebbe proccupare più di ogni altra cosa: la fuga della normalità.

La fuga dei cervelli è invece un’altra di quelle categorie giornalistiche vuote che non descrivono niente, è il riflesso autoreferenziale di una classe abituata a parlare solo di se stessa e dei suoi amici e a dimenticarsi tutto il resto, parlarsi addosso ed evitare il confronto con la realtà. Una delle cause, forse, per cui in Italia non c’è più posto per la normalità.

Cominciare a chiamarli (chiamarci) per quello che sono (siamo) e cioè emigrati, invece di cervelli in fuga, raccontarne le storie evitando i titoli da Baci Perugina o gli articoli da spremute d’arancia in bicchieri di cristallo, sarebbe già un passo avanti.

cervello
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