La “giornata mondiale del libro e del diritto d’autore”, anche quest’anno, è passata senza che nessuno se ne accorgesse. Il 23 aprile, per la ventitreesima volta, si è celebrata una ricorrenza che vorrebbe incoraggiare a scoprire il piacere della lettura.

La tradizione catalana, da cui trae origine la festa del libro, vuole che il 23 aprile, festa di San Giorgio (San Jordi), ogni uomo doni una rosa alla sua donna, che ricambia donandogli un libro. I librai catalani, unendo le due usanze, regalano una rosa per ogni libro venduto nella giornata. A Barcellona, capitale della Catalogna, le Ramblas sono invase da banchetti di libri e di rose, rendendo la giornata particolarmente suggestiva. Per questa ragione la ricorrenza è nota anche come “festa dei libri e delle rose”.

La scelta che l’Unesco ha effettuato nel 1996, di istituire la giornata mondiale del libro il 23 aprile, è legata al fatto che in quella data (del 1616, secondo i rispettivi calendari gregoriano e Giuliano) sono scomparsi tre grandi autori: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega.

In Italia, in mancanza di una tradizione che renda suggestiva la giornata come in Catalogna, la ricorrenza è circoscritta all’ambito editoriale. In questo, forse, è da ricercarsi il fatto che il seguito della giornata mondiale del libro sia pressoché nullo.

Il nostro, infatti, non è un popolo che legge.

Secondo i dati ISTAT sulla lettura, tra il 2010 e il 2016 il numero di lettori si è ridotto di oltre 4 milioni. Complessivamente sono ben 33 milioni gli italiani, con più di 6 anni, che hanno dichiarato di non aver letto neppure un libro in tutto il 2016.

In questo quadro si inserisce perfettamente la dichiarazione rilasciata a giugno scorso dalla sottosegretaria alla cultura (sic!), Lucia Borgonzoni, che sosteneva di non leggere da tre anni.

Peccato, perché i libri donano una ricchezza interiore che è alla portata di tutti.

È più che mai appropriato ricordare cosa diceva il compianto e geniale Andrea G. Pinketts: “Una casa senza libri è come una pornostar senza vagina”.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.