Dopo un breve colloquio con Genny ‘a Carrogna, intervallato da un fitto lancio di fumogeni sul mio divano, ho avuto il via libera per cominciare a scrivere questo pezzo.
Ma la verità è che mi sono trovato in serio imbarazzo a mettere nero su bianco queste righe. Un imbarazzo che va oltre la bruttezza somatica di Ilicic, la bruttezza di quel sinistro di Ilicic, la bruttezza di scoprire che una punta – anche se è una punta da quattro gol a stagione – può regalare comunque profondità alla squadra e creare occasioni da rete. E metterlo in campo a sei minuti dalla fine, per giocare una finale senza attaccanti di ruolo, è di una bruttezza quasi uguale a quella di un gol regolare annullato a fine primo tempo, che avrebbe cambiato il senso delle nostre percezioni.
Brutta come la proprietà lessicale di Mario Somma, opinionista a bordo campo, che scambia un tentato omicidio per un atto vandalico.
Ma i geni (intesi del dna) son quelli, e da qualcuno la grande bruttezza sarà pur stata presa. Come dalle decisioni prese nelle stanze ovattate del calcio, quelle dai tappeti rosso porpora, con i busti in marmo di Carraro e Platini, quelle dove si è deciso di giocare la finale, comunque vada, sempre a Roma: la terra del Papa e delle puncicate. E delle sparatorie.
Bruttezza di vedere certe cose, certe trattative, certe invasioni di campo, certi festeggiamenti, in culo a chi è su un letto di ospedale. Fino a due ore prima motivo di disperazione e motore di bruttezza.
Ma certe cose non si possono dire e non si possono scrivere su di uno striscione.
E allora squalificate anche questa rubrica per un paio di settimane.

Niente da aggiungere

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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