Thomas Alva Edison.
Sapete chi era costui? Un imprenditore e inventore ch’ebbe la geniale idea di inventare una lampadina funzionante. Ovviamente dovette attaccarla alla corrente.
Ricordo che il suo insegnante ebbe a dire di lui: “È nato stupido e non può imparare nulla.” In realtà era solo un poco sordo.
Come è andata? Stavo digitando sulla mia tastiera da 100 euro il nome di Aladino, quando con un boato spaventoso e un turbinare di fogliacci tutti firmati da me, venni inghiottito dal solito worm-hole e precipitato nel passato proprio mentre Thomas Alva Edison stava per consegnare il suo 1.093esimo brevetto.
Ovviamente questo sconvolse i suoi piani e i miei: lo centrai in pieno volto lasciando parte del mio sul suo, con metà della parte inferiore della mia faccia, barba compresa, che non rimase attaccata alla sua con il risultato ibrido che potete vedere sotto.
Rialzatosi dolorante lui mi guardò e mi scambiò per un ladro di invenzioni e cercò di colpirmi con un cinetoscopio ma mancò il bersaglio.
Poi successe il finimondo! Saltò la corrente e ci ritrovammo entrambi nel buio più completo!
Andavamo a tastoni e a testate! Ci incontravamo a capocciate mentre a caproni cercavamo nel buio una scatola di fiammiferi o una torcia.
Per via delle testate che continuavamo a darci involontariamente, scaturirono tante di quelle scintille che una di queste andò a incendiare il fonografo che Edison aveva appena inventato.
A quel punto Edison s’incazzò abbestia e agitandosi come un pazzo andò a urtare un vecchio armadio dal quale cadde una antica lampada a olio di fattura orientale. Per fortuna cadendo non si ruppe perché colpì la testa di Edison che suonò a vuoto.
La raccolsi: era tutta impolverata e io la sfregai così tanto che s’incendiò anch’essa!
Fu allora che Edison emise un poderoso: “Eureka!” La lampada di Aladino (quella che cercavo su Google) gli suggerì l’invenzione del secolo! La lampada a incandescenza!
Si prese tutto il merito!
Bontà sua!

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.