globalizzazioneAbbiamo trascorso un fine settimana a Barcellona, bellissima città multietnica e multirazziale dove i miei figli erano gli unici a stupirsi nell’incrociare una donna di credo islamico, coperta da testa a piedi, gli altri erano pressoché indifferenti ed io ho pensato: “…chissà Salvini che farebbe…”. Tralasciando il viaggio in aereo con un avventuroso check–in in aeroporto dove abbiamo dovuto spiegare che le capsule senza indicazione alcuna nella confezione erano un farmaco salvavita e che Emanuele non poteva passare sotto il metal detector perché si sarebbe, come dire, sprogrammato e perciò, con suo grande divertimento, è stato perquisito (ed io ho pensato: “ecco, non possiamo neanche  girare il mondo”).

Arriviamo a Barcellona e, soffermandosi oltre il bello della città, il mare, i monumenti, la tanta gente, le belle piazze, l’aspetto che in particolare mi ha colpito è l’effetto devastante della globalizzazione, o come amo definirla io, la macdonaldizzazione del mondo. Se travalichiamo i segni del passato, chiese e monumenti eretti nei secoli trascorsi, le città moderne sono tristemente tutte uguali, un susseguirsi di megastore che dovrebbero indurti una quantità di desideri inutili, ma che, almeno in me, sortiscono l’effetto contrario. E così, nei pressi del nostro albergo c’era un centro commerciale dove, con grande sollievo di Andrea, ho bighellonato solo una mezz’oretta perché era pressoché identico a quelli che abbiamo qui con nell’ordine: McDonald’s, Burger king, Intimissimi, Calzedonia, HeM, Desegual e così via. Tutti esattamente uguali a quelli di qui: stessa merce, identico arredo. Così la mia voglia di shopping è svaporata, mi pareva di essere ai Gigli. Io avrei voluto vedere negozi diversi, anzi “ botteghe” che a Firenze non ci sono, ma così non è più né li né in altre città europee, rese da noi sapiens tutte omologate. La sensazione è stata quella del topo in trappola, del cane di Pavlov, condizionato a cercare dappertutto le stesse cose negli stessi posti. Se non troviamo un negozio di intimissimi rimaniamo senza calze, chi altri le vende? Sarò io per certo cerebralmente obsoleta, però continuo a pensare che noi siamo i nuovi schiavi, incatenati in uno spazio tutto uguale e condizionati dalla tecnologia. In albergo una sera salivamo in ascensore, capienza 12 persone, 11 teste reclinate in adorazione dello schermo del telefono e la dodicesima, io, a cui non riusciva neanche agganciare il proprio cellulare alla wifi dell’hotel. Lo ha fatto Federico,10 anni, che mi ha guardato come fossi un’incapace totale.

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