“Era quasi verso sera, ero dietro stavo andando…” Così recitava una vecchia canzone di Jannacci, “Che si è aperta la portiera… ho buttato giù l’Armando!”
Beh, a me è andata più o meno così! Salvo buttar giù qualcuno.
Per farla breve stavo scendendo dall’auto quando mi è mancata l’auto di sotto e mi sono trovato a ruzzolare come un cocomero giù dall’Erta Canina, quella strada che, quando ancora non avean fatto ‘l Viale de’ Colli, prima della fine del XIX secolo, portava all’Abbazia di S.Miniato al Monte e, col Passo all’Erta, facea da scorciatoia pe’ andare a Siena e a Roma.
Sì, ma io mi ritrovai a ruzzolare incespicando com’un bischero, impattando faccia a faccia con uno scapigliato e iracondo individuo!
Non vi dico cosa, non vi dico come, ma costui ebbe a rialzarsi di scatto con foga brandendo penna e spartiti come spada e scudo!
Iracondo e infuriato com’un temporale m’apostrofò in un tedesco non troppo retrò che qui vi tradurrò altrimenti non ci capireste un “Arschfotze Schwimmerschalter”!
L’uomo, un faccione imbufalito e una tempesta di capelli su capo gridò:
– Chi è senza tetto scagli la prima tegola!
Ma non ebbe a finir la frase che una tegola lo centrò in testa.
Cadde come corpo morto cade e io impietosito lo raccolsi. Egli s’alzò allora con aria confusa, vide sul mio volto parte del suo e arretrò! C’eravamo scambiati parte del viso e la cosa non gli piacque e mi spiegò perché: in effetti egli (mi narrò) era piuttosto maldestro col rasoio e al mattino radendosi si procurava lunghi tagli sul viso. Vedendo parte del suo stampato sul mio, coperto da barba bianca e senza tagli, ne ebbe impressione.
Conversammo poi a lungo e Beethoven, così si chiamava, mi disse che quella era la Sesta tegola. Disse che fin da giovane aveva sofferto d’udito, forti acufeni e negli anni era diventato talmente sordo che per tutta la vita credette d’essere un pittore.
Non finì la frase che gliene cadde un’altra, di tegola. La Settima. Ed era in La maggiore.
Inutilmente cercammo rifugio in un androne mentre il povero compositore raccontava del suo fervore creativo e l’Ottava lo colpì di nuovo. In Fa maggiore. Caduta dalla tromba delle scale insieme a un pianoforte del XVIII secolo.
Uscimmo dall’edificio prima d’essere centrati da un’intera orchestra ma appena fuori un’ultima tegola lo colpì ancora ed egli, Ludwig Van Beethoven, si addormentò così, davanti a me, come per una ninna nanna in Re minore.
Di tegola, quel giorno, era la Nona!
Fui inghiottito da un nuovo tunnel e più altro non vidi.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.