Szakolczai, giovane scrittore di origini ungherese, ha scritto questo romanzo su una Firenze futuristica nel 2070. Ne pubblichiamo il primo capitolo, suddiviso in piccole parti. Ecco l’undicesima puntata.

Undicesima puntata

Filammo minacciosi tra le ampie strade di Nuova Londra: sedevo stretto in mezzo ai due agenti, silenziosi come la notte. Si lamentava solo l’autista: «C’e ne avete messo di tempo, eh?», ripeteva: «venti minuti ad aspettarvi!».
«Tu!», fece fissandomi nello specchietto: «non ci provare a macchiare il sedile di sangue, sai!».
«Sarebbe colpa…», cercai di replicare, ma i due agenti ordinarono di fare silenzio.
Obbligato a tacere, cercai in tasca il mio pacchetto di sigarette, ma la mia mano fu immobilizzata senza riguardo. Deglutii strizzando con odio gli occhi, mi strusciai in preda all’astinenza le labbra, e decisi di passare al tentativo, disperato, di ristoro: chiusi gli occhi lento, poggiai delicatamente la testa sullo schienale, ma fui immediatamente colpito da una gomitata: se avessi brevettato in tempo quei due militari psicopatici come super sveglie, avrei fatto davvero un sacco di soldi.
Manuale Tryfoll Ghyle: “Il mio tempismo non ha l’orologio al polso”.
Mi rassegnai a sorbirmi per il resto del viaggio le continue lamentele dell’autista sul traffico londinese, la pioggia, la crisi, la Federazione, Dio.
Amen.
Fu la volta di Mr Bough.
«Mi segua, Ghyle», aveva bisbigliato eccitato, «sono stato incaricato di accompagnarla dal generale Stait».
«Yeppie-ya-yo», strillai facendo tamburo sulla sua testa.
I corridoi che seguirono furono infiniti, chilometri e chilo metri di uffici, archivi, schermi e bianche sale. Bough camminava veloce, ma elegante.
«Il generale la sta aspettando, Sir», ripeteva cordiale.
Annuii senza interesse, scrutando oltre le finestre. Pioggia fitta sovrastava il grigio rettangolare della città. Era una primavera gelida. Anche quell’anno l’oceano avrebbe mangiato ettari del nostro continente .
«Ecco», esclamò Bough fiero: di fronte a noi, un enorme portone blindato accanto al quale il ragazzo digitò furtivamente un codice. La porta si aprì ed entrammo in un enorme ascensore metallizzato.
«Saliremo in un piano segreto, non visibile all’esterno».
«Terribile. Un errore proprio riprovevole dell’architetto».
«Ma no, non ha capito. È un piano segreto, di cui nessuno è a conoscenza!».
«Non ne dubito amico mio, anch’io terrei nascoste tali sviste. Ma non dovrebbero essere informazioni riservate queste?».
Bough si grattò il mento strizzando gli occhi preoccupato.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.