Szakolczai, giovane scrittore di origini ungherese, ha scritto questo romanzo su una Firenze futuristica nel 2070. Ne pubblichiamo il primo capitolo, suddiviso in piccole parti. Ecco la dodicesima puntata.

Dodicesima puntata

«Ma lei non è capitano?», chiese.
«Ero. Ora sono escort bellico».
Silenzio. Fissai il mio riflesso storpiato sulla parete di acciaio. Fissai Bough che si guardava intorno imbarazzato, masticandosi le dita.
«Conosceva Frantz Tenekos?», chiese infine il pivello.
«Certo», sorrisi cordiale, «eravamo amanti».
Mr. Bough, con il suo taglio da teenager e gli occhiali alla moda, aumentò di un metro le distanze.
Manuale Tryfoll Ghyle: “Gli ascensori sono perfetti catalizzatori d’imbarazzo. Chiusi in una scatola, ignari di velocità e altezza, tutti siamo indifesi. Approfittate come più vi diletta”.
Scrollai la testa, pensando che era finito il tenpo in cui si diventava spie soltanto se capaci di legarsi una cravatta guidando a milleseicento chilometri orari, con un motore manomesso e lo stordimento post orgasmo. Le nuove spie somigliavano più a broker che a 007.
«Passeremo direttamente per l’ufficio del generale», continuò Bough.
«Lei è proprio un romantico». Sospirai carezzandogli la guancia. Bough saltò via con mirabile destrezza: dopotutto gli allenavano bene questi pivelli.
Raggiunsi un’enorme porta dorata, priva di maniglia o serratura.
Sopra di essa una piccola luce rossa lampeggiava nervosa.
Mi accesi una sigaretta e aspettai. Nel riflesso giallo, mi accorsi che avevo la cravatta legata al contrario. Luize, la mia più recente ex ragazza, riteneva le cravatte gli oggetti più inutili e antiestetici mai disegnati. «È una corda legata al collo!», gracchiava quella strega.
Come al solito, ricollegavo un ricordo a un aspetto negativo di una persona. Mi imposi di non pensare.
I pensieri. Nessuno si può difendere dalle loro accuse silenziose.
Un tiro di sigaretta, le narici dilatate, un bianco candore inondava la vista. Un lampo verde si espanse nel fumo. La porta si aprì.
«Il generale la aspetta, signor Ghyle», sillabò scocciata una voce familiare.
Lei! La voce della telefonata! L’erotismo. Il sogno. La voglia di andare a fare surf. Di buttarsi da un grattacielo infinito. Saltai dentro il corridoio, guardai la segretaria, dieci anni di differenza e venti chili di trucco sul viso. Decisamente, Moneypenny era ideale negli anni ‘950.
Arrossi comunque nel passarle davanti, ma evitai di incrociare il suo sguardo.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.