Szakolczai, giovane scrittore di origini ungherese, ha scritto questo romanzo su una Firenze futuristica nel 2070. Ne pubblichiamo il primo capitolo, suddiviso in piccole parti. Ecco la quarta puntata.

Quarta puntata

«E questo qui chi cazzo è?», gridò un’altra voce, sputacchiandomi addosso.
«Si chiama Tryfoll Ghyle, lo conosco. Tiratelo su».
Riconobbi immediatamente quella voce: apparteneva al vecchio Kossou, il mentore, la guida del mio lontano arruolamento.
E immediatamente la mia fronte si schiantò tre volte la fronte sul pavimento.
«Questo non spiega che cazzo ci faccia qui», continuò il tizio di prima tirandomi su.
«Bella domanda», sorrise diabolicamente Kassou.
Cercando di ridare colore al mio braccio impallidito dall’abile leva, incrociai gli occhi quasi neri di Kossou, color morte, testimoni di memorie risalenti all’esercito. Quegli occhi scuri pieni di gioia onesta, infantile soddisfazione: «Ti fotto», dicevano, «Sì, finalmente ti ho fottuto, il tuo culo è mio».
«Howdy, Herman», intonai.
«Risponda alla domanda, Ghyle», fece Kossou, senza scomporsi.
«Beh, mi ha telefonato Frank stesso, circa venticinque minuti fa», sillabai mettendomi a posto la camicia, più sgualcita delle lenzuola di un letto su cui è appena esplosa una battaglia di cuscini. «Mi aveva chiesto di raggiungerlo immediatamente in quest’appartamento».
«E come mai ha esitato, signor Ghyle?», sbuffò Kossou, dietro il fumo del sigaro.
«Non ho esitato: stavo cenando dall’altra parte della città.
Non sono arrivato in tempo».
«Era a cena con la giovane Kondrasz?», disse Kossou, mentre i suoi occhietti ripetevano incessantemente «Finalmente, sì. Ti fotto».
Era inutile stupirsi. Era ovvio che quelli della Dnd ormai sapevano tutto su Lily e gli ungheresi.
«Un’ottima cena», annuii, facendo spalline.
«E come mai ha contattato lei, invece di chiamare noi?».
«Eravamo buoni amici, ci siamo conosciuti a Tokyo anni fa, durante la rivoluzione di Nakatomi. Al telefono ha detto di non saper di chi altro fidarsi. Che si trattava di una faccenda molto importante, molto più delicata del caso Kondrasz».
«Tenekos non sapeva di chi altro fidarsi?».
«Forse le tue spie non sono solo tue spie, vecchio», risposi con un ghigno.
Sguardi pregni di sangue esplosero nella mia direzione. Kossou fece cenno ai suoi agenti di calmarsi, fece un grande respiro, lento, a pieni polmoni, e tornò a scrutare i miei occhi.
«Cosa pensa sia accaduto, signor Ghyle?».
«Dimmelo tu, Kossou. Frantz era il suo uomo».
Bisognava giocare come loro, era l’unico modo per uscire da quell’appartamento senza manette. Nessun accenno di debolezza, di esitazione, bisognava spazzare via a spallate l’aria da colpevoli.
«Non mi metta in condizioni di doverla interrogare in privato», grugnì Kossou a denti stretti.
Due delle bestie si avvicinarono a pugni stretti.
«Kossou», mi accesi una sigaretta guardandomi furtivo le spalle, «Frantz era un professionista. Partendo da questo, mi pare improbabile che sia stato colpito di sorpresa. Frontalmente, per giunta».
«Mi dica qualcosa che non so, Ghyle», freddò il vecchio, strusciandosi scocciato la barba ispida.
«Beh, se i tuoi gorilla si fossero guardati intorno, invece di saltarmi addosso, avrebbero notato che di fronte al corpo di Frantz, in fondo a quel corridoio, c’e una finestra aperta. Ora, l’assassino, sempre che non ci siano altre uscite…».
«E non ce ne sono…».
«…lo avrei dovuto incontrare. Penso che il colpo sia giunto da lì fuori». Indicai la vetrata aperta in fondo al corridoio: «Un cecchino magari, o un’aeromob affiancatasi all’edificio».

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.