Szakolczai, giovane scrittore di origini ungherese, ha scritto questo romanzo su una Firenze futuristica nel 2070. Ne pubblichiamo il primo capitolo, suddiviso in piccole parti. Ecco la settima puntata.

Settima puntata

Per quanto noioso e scomodo nella tranquilla realtà quotidiana, quando si è rinchiusi dentro una limousine blindata, bellicosa e piena di nervose armi puntate addosso, conviene sempre attivare il magnete di sicurezza del sedile.
«Ti sei alzato da tavola, Ghyle. Non erano questi i piani».
Si stese un lungo silenzio mentre cercavo di decidere se fare una battuta sdrammatizzante o inventare una balla.
Peter Litsz mi fissava con i suoi piccoli occhi, paranoiche mandorle di ghiaccio. Solo dopo numerosi incontri ero riuscito a comprendere a pieno quell’uomo, la sua mente fredda come il sushi e altrettanto viscida e repellente. Bastarono dieci minuti insieme, quando ci conoscemmo, per realizzare quanto fossi stato idiota ad accettare di fare affari insieme. Ma ci volle molto più tempo per cogliere un suo tic quasi impercettibile: quando sentiva il bisogno di compiere un atto di pura violenza, Peter Litsz sorrideva.
La punta della sua pistola spinta nella mia costola istigò le risposte. E Litsz sorrideva.
«Lilian si era accorta di essere pedinata», replicai freddamente.
«Come?».
«Al ristorante, due tavoli dietro di noi. Diceva che c’erano due uomini che la stavano seguendo fin dalla sera prima. Si è spaventata».
Litsz strizzò le labbra.
«Le ho detto che era meglio dividersi», continuai, «perché così esposti, io e lei soli, eravamo più al pericolo del previsto. Le ho detto di barricarsi in casa, e che mi sarei fatto vivo io quando si sarebbero calmate le acque».
«Perché non ci hai avvertiti subito?».
«Perché se quei due idioti si fossero alzati dalla tavola poco dopo di me, la piccola Lily Kondrasz si sarebbe insospettita anche del sottoscritto, Litsz». Ringhiai con fare teppista: «Dimentichi che il sottoscritto è un professionista».
Peter Litsz mi fissò indeciso per qualche secondo. Strizzò gli occhi, si morse profondamente il labbro inferiore, e solo così, quasi impercettibilmente, il suo fatidico sorriso scomparve dal viso, e tornò il suo sguardo solito: pieno di odio e rabbia. Mise giù la pistola, fece segno ai suoi uomini di fare altrettanto, e si fece passare una sigaretta.
«Quella ragazza è più sveglia di quanto avevamo previsto», sbuffò tra se dopo un lungo tiro. «Hai agito bene stasera, ma ora voglio quel codice Ghyle, non puoi tirarti indietro».
Mi carezzai il cerotto sul naso al solo pensiero.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.