Szakolczai, giovane scrittore di origini ungherese, ha scritto questo romanzo su una Firenze futuristica nel 2070. Ne pubblichiamo il primo capitolo, suddiviso in piccole parti. Ecco l’ottava puntata.

Ottava puntata

Ci sono molte cose alle quali bisogna abituarsi in una vita come la mia: budella all’aria, cervelli a cielo aperto, pallottole e pugnalate in pancia, tradimenti, ricatti, estorsioni, delusioni, assicurazioni sulla vita.
Ma la piccola Kathe in lacrime le superava tutte. «Mi dispiace», le sospirai sottovoce stringendole forte le spalle. «Mi dispiace davvero».
«Ha sofferto molto?», singhiozzò a mezza voce.
«No». Strinsi i denti. «Colpo al cuore, Kathe. Frantz è morto subito».
Era davvero ciò che quella ragazza avrebbe voluto sentire? Magari avrebbe preferito due parole sospirate con le ultime forze per la sua ragazza. Un ultimo pensiero, un “dille che la amo”.
Gli innamorati sembrano le vittime preferite dagli dei. Una morte come quella di Frantz non concludeva niente, alimentava solo dolore.
Kathe tirò su col naso e cercò di sorridere: «Qui ha lasciato tante cose. Voi poratre qualcosa con te? Come ricordo».
Sorrisi imbarazzato non sapendo che accidenti rispondere.
L’amaro di tanti anni cinici mi avevano svuotato di sensibilità.
«Scelgo io per te». Sorrise. Frugò nella scatola di cartone, ne estrasse un proiettile, e lo fissò interessata.
«Pensi abbia un significato particolare?».
«Tutto ha un significato particolare, quando appartiene a una persona…», esitai fissandola negli occhi.
Me lo lanciò con un sorriso d’intesa.
«Beh, trovaglielo tu un significato particolare, Tryfoll».
Fissai il piccolo bozzolo inesploso mentre Kathe si allontanava lentamente. Se fosse possibile che a ogni morte epica ne sbocciasse una altrettanto speciale, questo mondo avrebbe ancora molte meraviglie da scoprire.

* * *

Tornare a casa quella sera fu come raggiungere Disneyland, il paradiso degli agnostici. Ignaro della cronologia temporale, mi ritrovai disteso sul divano con un bicchiere in una mano e la bottiglia di Jameson nell’altra.
Disteso come un leone al sole, incominciai a grattare faticosamente le sinapsi plastiche della mia memoria. Riaffiorarono lentamente leggende della malavita e pettegolezzi della Dnd: Neti Sintex era una leggenda metropolitana, sgusciava via dai rapporti della Difesa, era senza volto, senza tracce di Dna reperibili, senza rami genetici dal Progetto Nascite. Un signor nessuno, forse morto, forse mai esistito.
Ma proprio perché non rispondevo più da tempo all’organizzazione sovranazionale di Tenekos e Kossou, conoscevo altre facce interessanti di questa storia: Sintex era un trafficante idrico.
Forse il più importante. Ovunque un trafficante pronuncia la parola acqua, come un lapsus arriva il collegamento con Neti Sintex.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.