Sono passati diciassette anni: quel trionfo è quasi maggiorenne.
Ma il ricordo di tutti noi, di tutti quelli che hanno vissuto quella serata primaverile del ’96, è ancora vivo. Come la più grande serata calcistica della nostra vita.

 

Larrondo, sabato sera, ha chiuso la partita con l’Atalanta con un gol che ha ricordato alcune movenze e certe dinamiche – ci scusi l’emerito chiamato in causa, se si sente offeso, dal paragone con Larrondo, detto, talvolta, Lorrendo. Siamo ancora fedeli devoti alla Bati-chiesa, ma è stato così: velocità di esecuzione e botta tremenda sotto la traversa.
I pensieri corrono veloci, la pelle d’oca aumenta e torna in mente un altro 0-2, a Bergamo, allo Stadio Atleti Azzurri d’Italia.
Correva l’anno 1996. Ero un pischello. Di quelli con la divisa da una parte, i primi baffetti, il poster di Rui Costa in camera e una certezza nella vita futura: la fede viola.
Non avevo mai vissuto un trionfo, un successo. Il destino ci chiama a scriverlo. La Fiorentina procede nella sua cavalcata in Coppa Italia. Preciso: per la finale di andata, contro l’Atalanta, ho un biglietto in Fiesole. E mi ammalo il giorno stesso. Lì, dal mio lettino, davanti alla televisione, ho iniziato a capire il potere taumaturgico delle imprecazioni.
C’è tutto il tempo per rifarsi.
Finale di ritorno: a Bergamo, ripartendo dall’1-0 dell’andata.
Vado allo stadio a vederla. Al Franchi. Diretta sul maxischermo in Curva Ferrovia.
Pelle d’oca. Lo stadio tutto viola. Il plexiglass sotto la curva Fiesole rimbomba, mentre viene usato come un tamburo, per tenere il ritmo. Tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu… Schwarz!
Che giocatore, Stefano Schwarz: riuscì a mandare in fallo laterale una punizione dal limite, in semifinale contro l’Inter.
Diciassette anni fa, ma sembra di parlare di leggende: telecronaca di Bruno Pizzul, l’Atalanta a farci paura con il Cobra Tovalieri e Toldo-Rui Costa-Batistuta. Solo per citare tre viola.
Lo 0-2, in contropiede, è il sigillo definitivo: un siluro del Bati, da cinque metri, con solo un difensore bergamasco, sulla linea, a frapporsi tra l’argentino e il trionfo. Sperando di non essere colpito, per preservare gli organi vitali.
E poi fino alle tre, dentro lo stadio, ad aspettare. Aspettare il ritorno degli eroi, con la Coppa tra le mani. Caroselli tutta la notte.
Diciassette anni fa, ma sembra di parlare di un’altra era: quando il calcio faceva sognare.
Francesco Totti, prima del ritorno dei quarti di finale contro il Manchester United, in Champions League, disse: “Questa partita, con la mia Roma, vale più della finale mondiale”. E ne prese sette. 7-1.
A mente fredda, riflettendoci a posteriori, posso scriverlo. Anche in grassetto: quel 18 maggio 1996 è stata la serata calcistica più bella della mia vita.

 

 

 

 

 

Fonte della foto: www.spaziocalcio.it

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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