Lupo Alberto sostiene che “la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!”. Negli anni della mia vita questa frase “siete stati sfortunati” me la sono sentita ripetere spesso un po’ da tutti, conoscenti ed amici, e forse, vista da spettatore, può sembrare che sia proprio così. Ma non così l’abbiamo vissuta noi che certo abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo pianto e ci siamo disperati inizialmente, ma poi ci siamo calati nella nostra realtà e l’abbiamo vissuta bene, anche divertendoci.C’è una frase che è tornata tutte e tre le volte, quando si ammalò Cosimo, a seguire Emanuele ed infine io: siete stati fortunati. E ci è stato detto da addetti ai lavori.

Il pediatra che, seduto di fronte a noi, ci spiegò che Cosimo aveva la leucemia, davanti alle mie lacrime disse: “Signora non pianga così che, si renderà conto, lui è stato fortunato…”. Lo ricoverarono in stanza con un’altra bimba di 4 anni, la cui mamma, saputo cosa avesse Cosimo, mi ripeté: “Sei stata fortunata”. Ho, anzi abbiamo, capito col tempo quanto fosse vero: Cosimo è guarito.

Secondo tempo, nasce Emanuele, prende la meningite a sei ore dalla nascita e rimane in coma farmacologico circa un mese, seguono mesi di accertamenti per testare le sue condizioni neurologiche e alla fine il regalo della malattia è stata “solo” la sordità, profonda e bilaterale: nessun ritardo mentale. Quando ha tre anni ci decidiamo per l’intervento di impianto cocleare; il chirurgo dell’ospedale di Ferrara, alla prima visita, scrutando la cartella clinica di Manu ci disse: “Ha avuto una meningite batterica ed è solo sordo? Che sieste fortunati lo sapete, vero?”. Si lo sappiamo e lo apprezziamo non poco. Emanuele adesso ci sente e parla, e quanto possa essere piacevole e divertente vivere con lui l’ho già raccontato.

Infine nel febbraio del 2012 eccoci all’ultimo passo: mi viene diagnosticata, in modo del tutto casuale, una neoplasia polmonare in metastasi, a me che non ho mai messo una sigaretta in bocca e, oltretutto, mi sentivo benissimo. Rieccoci in giro per ospedali, mille accertamenti per trovare una spiegazione ad un tumore polmonare in un non fumatore. Infine la risposta: una rara traslocazione genetica per la quale però esiste, dal 2008, un farmaco specifico dal nome impronunciabile. L’oncologo, questa volta dell’ospedale di Perugia, al quale ci rivolgemmo anche su consiglio dei medici di Firenze, saputo il risultato genetico, mi disse sollevato: “Questo cambia la prognosi, mi passi il termine, signora, lei è stata fortunatissima!”. E già, fortunatissima, lo so, l’ho compreso col tempo. In attesa che arrivasse il farmaco, non in commercio, ho fatto la chemioterapia. Alla soglia del primo ciclo Cosimo mi chiese: “Quanti ne devi fare?”. Risposi che ne avrei fatti 4 e lui, aprendosi in un sorriso consolatore, mi rimandò un: “Pigliala scialla, io ne ho fatti 17…”. Ho seguito il suo consiglio.

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